Vai al contenuto

Ora più che mai, con Jannik Sinner

Pubblicato: 28/05/2026 18:12

Ci sono giorni in cui lo sport smette di essere soltanto sport e diventa una prova di lealtà. Non per chi scende in campo, ma per chi guarda, giudica, commenta, applaude quando tutto fila dritto e poi improvvisamente si ritrova davanti a una sconfitta che fa male. Quella di Jannik Sinner a Parigi è una di queste giornate. Una di quelle in cui il campione non va spiegato soltanto con il punteggio, ma difeso nella sua umanità.

Perché è facile stare con Sinner quando vince, quando sembra una macchina perfetta, quando ogni colpo dà l’impressione di appartenere a un ordine superiore delle cose. È facile celebrarlo quando il tennis italiano vive attraverso di lui una stagione mai vista, quando il ragazzo silenzioso diventa simbolo, bandiera, certezza. Molto meno facile è farlo nel giorno in cui il corpo si inceppa, la partita scappa via e il Roland Garros diventa improvvisamente il luogo della caduta.

La caduta che fa male

A Parigi, Sinner ha perso una partita che sembrava nelle sue mani. E proprio questo rende tutto più duro. Non è stata una sconfitta lineare, di quelle che si accettano quasi con freddezza perché l’altro è stato semplicemente più forte dall’inizio alla fine. È stata una partita spezzata, cambiata, deformata da un malessere evidente, da un’energia che a un certo punto è venuta meno, da quella sensazione terribile che nel tennis si vede subito: la testa vorrebbe restare, ma il corpo comincia ad andare altrove.

Ed è lì che il campione diventa più vero. Non quando domina, ma quando resta in piedi mentre tutto gli sfugge. Sinner ha provato a resistere, ad accorciare gli scambi, a non consegnarsi alla partita, a tenere dentro il campo almeno l’orgoglio. Ma il tennis non perdona, soprattutto quando sei solo. Non c’è una panchina che ti protegge, non c’è un compagno che copre il tuo errore, non c’è un cambio possibile. Sei tu, con la tua racchetta, il tuo respiro, la tua fatica e il peso enorme di quello che tutti si aspettano da te.

Per questo oggi il punto non è processarlo. Sarebbe ingeneroso, quasi volgare. Sarebbe il riflesso peggiore di un Paese che spesso consuma i suoi campioni come se fossero proprietà pubblica, pretendendo vittorie, perfezione, disponibilità emotiva, lucidità continua. Ma Jannik Sinner non è un algoritmo del successo. Non è un prodotto da classifica. È un ragazzo diventato numero uno attraverso una disciplina feroce, una serietà rara, una capacità quasi ostinata di non lamentarsi mai.

La forza di restare accanto

Ora più che mai, allora, bisogna stare con lui. Non per patriottismo sportivo, non per cieca adorazione, non perché una sconfitta vada trasformata per forza in una favola consolatoria. Bisogna stare con lui perché la grandezza si misura anche così, nella capacità di attraversare una giornata sbagliata senza perdere il rispetto per ciò che si è costruito. Sinner non esce ridimensionato da Parigi. Esce ferito, amareggiato, forse stanco. Ma non più piccolo.

Anzi, questa sconfitta ricorda a tutti una cosa che nel racconto dei campioni tendiamo a dimenticare: anche i migliori cadono. Anche chi sembra invincibile ha un limite. Anche chi ha abituato l’Italia a pensare che tutto sia possibile può vivere un pomeriggio in cui nulla risponde più come dovrebbe. E forse proprio qui si vede la differenza tra il tifo vero e il consumo isterico della vittoria. Il tifo vero non pretende l’infallibilità. Il tifo vero resta.

Il Roland Garros continuerà senza di lui, ma la storia di Jannik Sinner non finisce certo su quella terra rossa. Semmai riparte da qui, da una giornata brutta, da una delusione pesante, da un silenzio che pesa più di mille analisi tecniche. Riparte dal volto abbassato, dal passo stanco, dalla consapevolezza che anche una sconfitta può diventare parte della grandezza, se non la si rimuove e non la si trasforma in vergogna.

Oggi non serve cercare colpevoli. Non serve sezionare ogni game, ogni scelta, ogni colpo mancato. Serve solo ricordare chi è Sinner, che cosa ha dato al tennis italiano e quanta strada ha ancora davanti. Ci saranno altre partite, altri tornei, altre cadute e altre risalite. Ma certe giornate chiedono una cosa semplice: non voltarsi dall’altra parte proprio quando il campione smette per un attimo di sembrare invincibile. Ora più che mai, con Jannik Sinner.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure