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“Portavano la frutta ai bambini”. Braccianti uccisi, chi sono le vittime: una è giovanissima

Pubblicato: 03/06/2026 17:37

Erano appena usciti dai campi dopo una lunga giornata di lavoro sotto il sole. Stanchi, sporchi e con il pensiero rivolto al ritorno nell’appartamento che dividevano con altri connazionali, non immaginavano che quel viaggio sarebbe stato l’ultimo. Pochi minuti dopo, intrappolati all’interno di un veicolo trasformato in una trappola mortale, sarebbero morti tra le fiamme in uno degli episodi più sconvolgenti degli ultimi anni.

Le urla disperate, il fuoco che avvolge l’abitacolo e il tentativo estremo di salvarsi hanno segnato gli ultimi istanti della tragedia. Solo uno degli occupanti è riuscito a sfuggire all’incendio rompendo un finestrino e lanciandosi all’esterno. Per gli altri quattro non c’è stato nulla da fare. Un vero e proprio massacro, sul quale ora indagano magistrati e forze dell’ordine.

La strage è avvenuta lunedì scorso ad Amendolara, nel Cosentino. Le vittime sono il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, appena 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni. Giovani migranti arrivati in Italia in cerca di una vita migliore e impiegati come braccianti agricoli.

L’identificazione dei corpi si è rivelata particolarmente complessa a causa delle gravissime ustioni riportate. Gli investigatori sono riusciti a dare un nome alle vittime grazie ai documenti rinvenuti nell’abitazione di Villapiana dove vivevano insieme ad altri lavoratori stranieri. Nello stesso appartamento risiedeva anche Mohammad Taj Alamyar, l’unico sopravvissuto all’attacco.

Per la strage sono stati fermati due cittadini pachistani, Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi trentunenni. Le indagini puntano a chiarire il movente e a verificare eventuali collegamenti con il sistema del caporalato, una realtà che continua a rappresentare una delle principali piaghe del lavoro agricolo in molte aree del Paese.

A Villapiana, dove i giovani vivevano da poche settimane, il ricordo delle vittime è ancora vivo. I vicini li descrivono come ragazzi educati e riservati, sempre impegnati tra lavoro e casa. Uno di loro, raccontano, aveva l’abitudine di regalare frutta ai bambini del quartiere dopo il rientro dai campi. Un gesto semplice che oggi rende ancora più dolorosa la loro scomparsa.

Le condizioni di vita erano difficili. In dieci condividevano un appartamento per il quale venivano richiesti circa 500 euro al mese di affitto, una cifra da dividere tra tutti ma che pesava comunque su salari già molto bassi. Alle spese per la casa si aggiungevano quelle per il vitto e per le pratiche burocratiche legate ai permessi di soggiorno, riducendo ulteriormente i guadagni dei lavoratori.

La testimonianza di Taj Mohammad Alamyar offre una ricostruzione drammatica di quanto accaduto. Secondo il suo racconto, il veicolo si sarebbe fermato in un distributore di carburante al termine del turno di lavoro. Uno dei due uomini fermati avrebbe iniziato a cospargere l’auto di benzina, mentre le portiere venivano bloccate dall’esterno per impedire la fuga degli occupanti. Pochi istanti dopo sarebbe stato lanciato un accendino all’interno dell’abitacolo, provocando il devastante rogo.

Alla base dell’aggressione ci sarebbe stata una lite legata al mancato pagamento dei salari. Il sopravvissuto sostiene che lui e gli altri lavoratori non ricevessero compensi da settimane e che le tensioni fossero cresciute fino allo scontro. Ora spetterà agli inquirenti verificare ogni elemento emerso dalle testimonianze e ricostruire le responsabilità di una vicenda che riaccende i riflettori sulle condizioni di sfruttamento e vulnerabilità in cui vivono molti braccianti migranti impiegati nelle campagne italiane.

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