
Il ministero della Salute ha ufficialmente abbandonato il progetto di riforma della medicina territoriale che avrebbe dovuto trasformare con decreto legge il rapporto di lavoro di una quota di medici di famiglia e specialisti, introducendo per loro la dipendenza dal servizio pubblico. Lo ha comunicato il capo di gabinetto del ministro Orazio Schillaci, Marco Mattei, agli assessori regionali alla salute riuniti nella commissione sanità della Conferenza delle Regioni. L’unico risultato concreto sarà trattare con i professionisti per ottenere un impegno minimo di sei ore settimanali nelle Case di Comunità, da formalizzare attraverso un emendamento a un atto del governo oppure, in modo molto più lento, ritoccando l’atto di indirizzo della convenzione firmata appena nel gennaio scorso.
La notizia ha innescato una reazione durissima da parte di Guido Bertolaso, assessore alla Salute della Lombardia. L’esponente lombardo ha dichiarato di nutrire “profondo dissenso e immensa amarezza” per come si è svolta la vicenda, definendola “avvilente”. Ha accusato il ministero di essersi allineato alle posizioni dei sindacati dei medici di famiglia e ha annunciato le dimissioni dal ruolo di vice coordinatore della commissione salute delle Regioni, abbandonando poi la riunione prima della conclusione dei lavori.
La riforma bloccata dalla maggioranza

La proposta di riforma era nata proprio all’interno del centrodestra: a promuoverla erano state la Lombardia e altre grandi Regioni governate dalla coalizione, tra cui il Lazio, con il consenso dello stesso ministro Schillaci. A far saltare tutto, però, è stato lo stesso schieramento politico che l’aveva concepita. I sindacati dei medici hanno esercitato una pressione intensa sui partiti di governo e in particolare sul sottosegretario Marcello Gemmato, farmacista e esponente di FdI, che da tempo aveva assicurato ai professionisti che la riforma non sarebbe andata avanti. Anche la premier Giorgia Meloni aveva invitato Schillaci a rallentare. Il provvedimento era già naufragato una prima volta nel 2025, e questo secondo tentativo chiude allo stesso modo, con la fine della legislatura ormai in avvicinamento.
Secondo Bertolaso, un accordo limitato alle sei ore nelle Case di Comunità è del tutto insufficiente: solo una riforma organica avrebbe potuto produrre risultati concreti. Il problema pratico rimane irrisolto: in quasi tutte le Regioni italiane — con le eccezioni di Toscana ed Emilia-Romagna — le Case di Comunità finanziate dal PNRR sono state costruite ma restano prive di medici in numero adeguato.
La seconda fase promessa
Mattei ha comunque aperto a una prospettiva futura, parlando di una seconda fase della riforma in cui verranno riproposte alcune delle misure contenute nella bozza di decreto legge, ad esclusione della dipendenza. Tra queste, la specializzazione in medicina generale e l’estensione dell’assistenza del pediatra di base fino ai 18 anni. Nessun calendario è stato indicato, e l’avvicinarsi della scadenza naturale della legislatura rende difficile immaginare che il progetto possa concretizzarsi. Sempre nel corso dell’incontro, il capo di gabinetto ha affrontato anche il tema del decreto di riordino dell’assistenza territoriale, già presentato dal ministero e respinto dalle Regioni: Mattei ha invitato gli assessori a presentare emendamenti, ribadendo però che il decreto proseguirà il suo iter.


