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Meloni contro Più libri più liberi, riesplode la polemica sul patentino antifascista

Pubblicato: 14/06/2026 10:50

La polemica su Più libri più liberi torna al centro del dibattito politico e culturale dopo l’intervento diretto di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha attaccato sui social la scelta attribuita alla fiera della piccola e media editoria di chiedere agli espositori una dichiarazione sui valori antifascisti. Meloni ha parlato di patentino antifascista, sostenendo che le case editrici, per partecipare alla manifestazione romana, dovrebbero sottoscrivere un’apposita formula di adesione. La premier ha definito questa impostazione una forma di censura, accusando la sinistra di concepire la libertà di pensiero solo entro un perimetro prestabilito e politicamente conforme.

Il caso riguarda una delle manifestazioni più importanti dell’editoria indipendente italiana, in programma a Roma, alla Nuvola dell’Eur, dal 4 all’8 dicembre 2026. La fiera, promossa dall’Associazione italiana editori, arriva alla nuova edizione dopo un anno già segnato da tensioni e contestazioni. Proprio per questo la nuova clausola richiesta agli editori è diventata rapidamente un terreno di scontro. Da una parte c’è chi la considera un richiamo ai principi della Costituzione italiana e alla memoria antifascista su cui si fonda la Repubblica. Dall’altra c’è chi vede in quella dichiarazione un filtro politico e culturale, capace di condizionare l’accesso a uno spazio dedicato ai libri e alla libertà editoriale.

Come nasce il caso

La nuova polemica non nasce dal nulla. Alle spalle c’è quanto accaduto durante l’edizione precedente di Più libri più liberi, quando la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva provocato una forte reazione da parte di autori, editori, artisti e intellettuali. Il catalogo della casa editrice era stato contestato da una parte del mondo culturale perché ritenuto vicino ad ambienti e riferimenti dell’estrema destra. La discussione, inizialmente interna alla fiera, era poi diventata un caso pubblico, con prese di posizione, rinunce, proteste e richieste di chiarimento rivolte agli organizzatori.

In quei giorni la fiera si era trovata davanti a un nodo complesso: da un lato la difesa del pluralismo editoriale e il rifiuto di criteri di esclusione fondati sulla linea culturale di una casa editrice; dall’altro la richiesta, avanzata da una parte dei partecipanti, di non trasformare la manifestazione in uno spazio aperto anche a cataloghi giudicati incompatibili con i valori democratici e antifascisti. L’Associazione italiana editori aveva rivendicato la necessità di tenere insieme libertà di pubblicazione e rispetto dei principi costituzionali, ricordando che il giudizio su eventuali violazioni della legge spetta alla magistratura, non agli organizzatori di una fiera.

La protesta del 2025 aveva avuto anche momenti visibili dentro la Nuvola. Alcuni editori avevano coperto temporaneamente i propri stand, altri avevano espresso dissenso con comunicati e prese di posizione pubbliche, mentre alcune presenze culturali avevano scelto di rinunciare alla partecipazione. In quel clima era emersa con forza la domanda che oggi torna al centro dello scontro: fino a che punto una fiera del libro deve limitarsi a garantire lo spazio a chi pubblica, e fino a che punto può chiedere una dichiarazione di adesione ai valori democratici e antifascisti come condizione di partecipazione?

La nuova clausola e lo scontro politico

Il nuovo regolamento si inserisce nella riorganizzazione dell’edizione 2026. La fiera ha annunciato una revisione del progetto culturale, una nuova impostazione degli spazi e un processo di selezione degli espositori più definito. In questo quadro sarebbe stata introdotta anche la dichiarazione diventata oggetto dello scontro. Il testo, secondo quanto emerso, richiama i valori antifascisti della Costituzione, la libertà di pensiero e di stampa, la dignità della persona, il rifiuto della discriminazione e il contrasto a ogni forma di incitamento all’odio. È proprio il riferimento esplicito all’antifascismo ad aver acceso la polemica.

Per i sostenitori della clausola, il richiamo all’antifascismo non rappresenta una scelta di parte, ma il riconoscimento del fondamento storico e giuridico della Repubblica. In questa lettura, chiedere agli espositori di condividere quei principi non significherebbe selezionare le idee, ma fissare il perimetro democratico entro cui una manifestazione pubblica si svolge. Per i critici, invece, il problema sta nella trasformazione di un principio costituzionale in una dichiarazione preventiva richiesta agli editori. Il rischio, secondo questa posizione, sarebbe quello di far passare l’accesso alla fiera attraverso una formula percepita come politica, aprendo una discussione sul confine tra garanzia democratica e controllo culturale.

L’intervento di Meloni ha spostato la vicenda dal terreno editoriale a quello politico nazionale. La premier ha scelto parole nette, parlando di cancellazione delle idee non di sinistra e sostenendo che una simile impostazione sia incompatibile con una società democratica. Il suo messaggio ha immediatamente rilanciato il caso, trasformando la clausola in un nuovo capitolo dello scontro sul rapporto tra cultura, antifascismo, libertà di espressione e ruolo delle istituzioni culturali. La polemica, però, resta per ora soprattutto politica e culturale: non riguarda un divieto già applicato a una singola casa editrice, ma il principio stesso di una dichiarazione richiesta a chi intende partecipare.

Sul piano culturale, la questione tocca un nervo scoperto del sistema editoriale italiano. Più libri più liberi è nata come vetrina della piccola e media editoria, cioè come spazio pensato per dare visibilità a cataloghi meno presenti nei grandi circuiti commerciali. Proprio per questo ogni decisione sui criteri di ammissione assume un significato più ampio. Non si discute soltanto di stand, moduli e regolamenti, ma del rapporto tra mercato del libro, responsabilità pubblica e libertà culturale. Una fiera editoriale non è una semplice esposizione commerciale, ma nemmeno un organo politico chiamato a valutare le idee. È in questa zona intermedia che la polemica si è allargata.

La fiera tra libertà editoriale e valori costituzionali

Il caso del patentino antifascista mette così di fronte due esigenze che, nel dibattito pubblico, vengono spesso presentate come alternative. La prima è la tutela della libertà editoriale, principio essenziale per chiunque lavori nel mondo dei libri. La seconda è il richiamo ai valori antifascisti, considerati da molti non una posizione di parte, ma la base stessa dell’ordinamento repubblicano. Il punto di frizione nasce quando questi valori diventano una dichiarazione da sottoscrivere per accedere a una manifestazione. È lì che il dibattito si divide tra chi parla di normale garanzia democratica e chi denuncia un meccanismo di selezione preventiva.

La vicenda ha anche una dimensione simbolica evidente. Il nome stesso della manifestazione, Più libri più liberi, richiama l’idea che la lettura e la pluralità dei cataloghi allarghino lo spazio della libertà. Proprio per questo la discussione sulla clausola antifascista ha assunto un peso superiore alla sua dimensione amministrativa. Non è soltanto una questione di regolamento interno, ma una domanda sul significato della libertà in un luogo dedicato ai libri. Libertà significa ammettere ogni editore finché non viola la legge, oppure significa anche chiedere a chi partecipa di riconoscere esplicitamente il quadro democratico e antifascista in cui quella libertà si esercita?

Nelle prossime settimane il confronto potrebbe continuare, anche perché la fiera deve ancora aprire i battenti e il tema dell’ammissione degli espositori resta destinato a produrre nuove prese di posizione. La polemica, al momento, si muove su due piani paralleli. Sul primo c’è la gestione concreta della manifestazione, con i suoi spazi, i suoi criteri, i suoi moduli e le sue responsabilità organizzative. Sul secondo c’è il confronto politico e culturale sul peso dell’antifascismo nello spazio pubblico. L’intervento di Meloni ha reso il secondo piano dominante, trasformando una clausola della fiera in un caso nazionale.

Resta il fatto che Più libri più liberi arriva alla sua venticinquesima edizione con una discussione già aperta prima ancora dell’inaugurazione. La manifestazione romana, che negli anni è diventata uno degli appuntamenti più rilevanti per editori, autori e lettori, si trova ora al centro di una polemica che va oltre il mondo del libro. Il nodo non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di un singolo editore, ma il modo in cui una grande fiera culturale definisce il proprio perimetro. Tra pluralismo, antifascismo, libertà di stampa e responsabilità pubblica, la discussione resta aperta. E l’uscita della presidente del Consiglio ha già trasformato il regolamento della fiera in un nuovo terreno di scontro nazionale.

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