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Trump oltre ogni limite contro Meloni: «Serve un ordine restrittivo»

Pubblicato: 05/07/2026 23:27

Donald Trump torna ad attaccare Giorgia Meloni e lo fa ancora una volta sul terreno che più gli è congeniale: quello dei social. Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio, il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato su Truth un meme che raffigura la presidente del Consiglio in atteggiamento di “adorazione” nei suoi confronti, accompagnato dalla frase sulla necessità di un “ordine restrittivo”. Una provocazione personale, più che diplomatica, che riapre una ferita già larga nei rapporti tra Palazzo Chigi e Casa Bianca.

Il nuovo affondo arriva dopo settimane di tensioni crescenti, cominciate attorno al dossier Iran e poi esplose pubblicamente dopo il G7 di Evian. Quello che fino a pochi mesi fa veniva raccontato come un rapporto privilegiato tra la leader italiana e il presidente americano si è trasformato in un braccio di ferro politico e simbolico, fatto di accuse, repliche, sospetti sulle basi militari e irritazione dentro l’Alleanza atlantica. Il vertice di Ankara, costruito anche per rassicurare Washington sull’aumento delle spese per la difesa europea, rischia così di aprirsi con un nuovo caso personale tra due leader che fino a poco tempo fa si presentavano come alleati naturali.

Dal G7 di Evian alla rottura sulla foto

Il precedente più clamoroso risale al G7 di Evian, quando davanti alle telecamere sembrava esserci stato un tentativo di disgelo. Giorgia Meloni si era avvicinata a Trump insieme ad Antonio Costa e, alla battuta del presidente del Consiglio europeo sul fatto che i due fossero “di nuovo amici”, la premier aveva risposto: “Siamo sempre stati amici”. Trump aveva replicato con una frase già rivelatrice del clima: “Però mi hai abbandonato”.

Pochi giorni dopo, però, il presidente americano ha trasformato quel contatto in un attacco frontale. In una telefonata televisiva, Trump ha sostenuto che Meloni lo avrebbe “implorato” per una foto al G7, aggiungendo di aver accettato perché gli avrebbe fatto pena. La premier ha reagito con un video sui social, definendo quelle dichiarazioni “totalmente inventate” e rivendicando che “io e l’Italia non imploriamo mai”. Le parole di Trump hanno provocato una reazione istituzionale molto forte: Antonio Tajani ha cancellato la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno, mentre Sergio Mattarella ha chiamato la presidente del Consiglio per esprimerle solidarietà.

Trump non si è fermato. Il giorno successivo ha rilanciato su Truth, sostenendo che Meloni avrebbe cercato di “tornare amica” per risalire nei sondaggi e accusandola di aver voltato le spalle agli Stati Uniti sul dossier iraniano. La replica della premier è stata insolitamente dura per il linguaggio diplomatico: la sua popolarità, ha detto, non dipende dal rapporto con Trump ma dalla capacità di difendere l’interesse nazionale italiano. E sulle basi americane in Italia ha ricordato che il loro utilizzo è regolato da accordi che Roma intende rispettare senza però rinunciare alla propria sovranità.

Iran, basi e Nato: il nodo politico dietro gli attacchi

Dietro la sequenza di post e battute offensive c’è il nodo politico vero: l’Iran. Trump ha accusato l’Italia di non aver sostenuto abbastanza l’azione americana contro Teheran e di non aver concesso l’uso operativo delle basi italiane come Washington avrebbe voluto. Già nelle settimane precedenti, dopo le critiche di Meloni alle parole di Trump contro Papa Leone XIV, il presidente americano aveva fatto capire che il rapporto con la premier non era più lo stesso, accusandola di non voler aiutare gli Stati Uniti contro un Iran nucleare.

Il caso si è poi complicato quando il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha parlato dell’utilizzo delle basi italiane da parte di aerei americani durante la guerra in Iran. Le opposizioni hanno chiesto chiarimenti immediati al governo, accusando Meloni di aver raccontato al Paese una versione diversa da quella emersa in sede atlantica. La Difesa ha respinto l’idea di un coinvolgimento diretto in operazioni di combattimento, insistendo sul rispetto degli accordi e sulla distinzione tra attività logistiche e partecipazione militare.

È dentro questo quadro che il meme sull’“ordine restrittivo” assume un peso diverso. Non è soltanto una presa in giro personale, ma un ulteriore tentativo di mettere Meloni in posizione subalterna proprio mentre l’Italia arriva al vertice Nato con una linea delicata: confermare la fedeltà atlantica, sostenere il rafforzamento europeo della difesa, ma senza apparire schiacciata sulle richieste di Trump. Ad Ankara si discuterà anche del percorso verso il 5% del Pil in difesa e della nuova architettura di sicurezza europea, con l’obiettivo di mostrare a Washington che l’Europa sta aumentando il proprio contributo.

Per Meloni, dunque, la partita è doppia. Sul piano interno deve respingere l’immagine di una premier umiliata dall’alleato americano, dopo anni in cui il rapporto con Trump era stato presentato come un canale privilegiato. Sul piano internazionale deve evitare che lo scontro personale diventi una crisi strutturale tra Italia e Stati Uniti. Il nuovo attacco social, arrivato alla vigilia del vertice, rende tutto più complicato: perché sposta ancora una volta il confronto dalla diplomazia alla rappresentazione pubblica, dal tavolo della Nato alla bacheca di Truth, dal merito politico alla ferita simbolica.

Il problema, ormai, non è più soltanto il singolo meme. È la trasformazione di un’alleanza politica in un rapporto instabile, esposto agli umori del presidente americano e alle sue campagne social. Meloni ha provato a rispondere sul terreno della sovranità nazionale; Trump continua a trascinare il confronto su quello dell’umiliazione personale. E il vertice di Ankara, che avrebbe dovuto parlare soprattutto di difesa, Russia, Ucraina e riarmo europeo, rischia di aprirsi con una domanda molto meno tecnica: quanto può reggere l’alleanza con Washington se il presidente degli Stati Uniti tratta i partner come avversari da colpire in pubblico?

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