
Dopo quarantanove anni di detenzione ininterrotta, Domenico “Micu” Papalia ha lasciato il carcere di Parma. L’81enne, figura storicamente considerata tra i principali esponenti della ‘ndrangheta a Platì, suo paese d’origine, e in Lombardia, ha ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza il differimento della pena con la concessione degli arresti domiciliari. Fin qui sembrerebbe una buona notizia per Domenico, passato alla storia per essere uno dei detenuti di più lungo corso in Italia. La scarcerazione, peraltro tardiva, avviene tuttavia per gravi motivi di salute. Domenico è affetto da un carcinoma prostatico in stato avanzato e da altre gravi patologie: è stato trasferito in ambulanza nella propria abitazione di Corsico, dove proseguirà le cure.
La sua scarcerazione chiude una delle detenzioni più lunghe della storia repubblicana e riporta l’attenzione su una delle figure più note della criminalità organizzata calabrese trapiantata al Nord. Ma anche sul percorso del Papalia detenuto, dai laboratori di “Nessuno tocchi Caino” alle battaglie contro l’ergastolo ostativo, fino alle lettere agli studenti di Platì, testimonianza di un cambiamento importante maturato nell’uomo durante l’eccezionalmente lunga vita dietro le sbarre.
Da Platì a Buccinasco: Papalia e la nascita della ‘ndrangheta lombarda
Nato a Platì, nell’Aspromonte reggino, il 18 aprile 1945, Domenico Papalia appartiene a una famiglia storicamente legata da vincoli di sangue e non solo ai Barbaro, uno dei clan più influenti della ‘ndrangheta.
Negli anni Sessanta, insieme ai fratelli Antonio e Rocco Papalia, seguì il grande flusso migratorio verso il Nord Italia. Mentre i fratelli si stabilirono a Buccinasco, alle porte di Milano, Domenico mantenne formalmente la residenza a Roma, diventando però, secondo gli investigatori, uno dei principali punti di riferimento dell’organizzazione mafiosa che stava consolidando la propria presenza nel Sud Ovest milanese.
Secondo numerose sentenze e ricostruzioni investigative, proprio Buccinasco è diventata nel tempo uno dei principali centri della ‘ndrangheta fuori dalla Calabria, con infiltrazioni nell’edilizia, negli appalti pubblici, nel traffico di droga, nei sequestri di persona e nel riciclaggio di denaro.
Le condanne e la lunga detenzione
Papalia fu arrestato nel 1977. La prima condanna all’ergastolo riguardava l’omicidio del boss di Canolo Antonio D’Agostino, ma quella sentenza è stata successivamente annullata: nel 2017 la Corte d’Assise d’Appello di Perugia lo ha assolto con formula piena “per non aver commesso il fatto”, riconoscendo un errore giudiziario. L’assoluzione non ha però modificato la sua posizione detentiva, poiché erano nel frattempo divenute definitive altre due condanne all’ergastolo.
La prima è legata all’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, ucciso a Milano nel 1983 su mandato della cosca De Stefano di Reggio Calabria, di cui i Papalia erano fedeli alleati al Nord: condanna maturata in seguito al procedimento Nord-Sud, la prima grande operazione contro le cosche della ‘ndrangheta in Lombardia partita nell’autunno del 1993.
La seconda riguarda il ruolo di mandante dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, assassinato nel 1990, in un delitto rivendicato dalla sigla Falange Armata e ancora avvolto da ombre inquietanti. Fa ancora rumore la pista delle presunte relazioni tra esponenti di spicco della ‘ndrangheta (tra cui secondo i collaboratori di giustizia c’erano anche Domenico Papalia e il fratello Antonio) e uomini dei Servizi Segreti, rimasti tuttavia non identificati e quindi fuori dai processi. E’ da precisare che Domenico Papalia ha sempre respinto entrambe le accuse e che la sua condanna è basata soltanto sulle dichiarazioni, convergenti, di più collaboratori di giustizia. E’ lui stesso, in un articolo ospitato un paio d’anni da dal Riformista, a raccontare la sua storia tra crimini giovanili, soggiorni obbligati, amicizie sbagliate e vicissitudini carcerarie.
Il percorso in carcere e i laboratori di Nessuno tocchi Caino
Nel corso della lunghissima detenzione, la vita di Domenico Papalia ha assunto caratteristiche che, negli anni, hanno portato il Tribunale di Sorveglianza alla decisione odierna, a onor del vero più volte rigettata. Gli esponenti del Partito Radicale che hanno seguito la sua vicenda descrivono un percorso di profondo cambiamento personale di Domenico Papalia: potete trovarne traccia anche nel poderoso archivio di Radio Radicale, nel quale c’è anche un intervento in voce e video di Domenico Papalia.
Entrato in carcere analfabeta, ha conseguito il diploma, frequentato corsi universitari e, soprattutto, ha aderito per molti anni ai laboratori “Spes contra Spem” promossi dall’associazione Nessuno tocchi Caino, partecipando stabilmente alle attività rieducative.
Proprio attraverso questo percorso sono maturati numerosi interventi pubblici, tra cui le lettere indirizzate agli studenti di Platì, più volte riprese anche da quotidiani come l’Unità, nelle quali Papalia rifletteva sulla propria esperienza detentiva, prendendo le distanze dalla vita criminale che aveva segnato la sua giovinezza, ormai appartenente a un passato di oltre quarant’anni.
Sono proprio questi elementi, uniti al lungo percorso trattamentale svolto in carcere, che hanno contribuito a delineare, secondo il giudice di sorveglianza e gli esponenti radicali che da anni seguono il caso, il profilo di una persona profondamente cambiata, pur senza mettere in discussione la gravità dei reati per i quali è stato definitivamente condannato.
La malattia e la decisione del Tribunale
Negli ultimi anni le condizioni di salute dell’81enne si sono progressivamente aggravate a causa di un carcinoma e di altre patologie.
Dopo diverse istanze respinte, il Tribunale di Sorveglianza ha disposto il differimento della pena concedendo gli arresti domiciliari, ritenendo che le cure potessero essere proseguite al di fuori dell’istituto penitenziario.
Una decisione destinata a far discutere
La scarcerazione di Domenico Papalia è destinata ad alimentare il dibattito pubblico. Da una parte resta il peso della sua storia giudiziaria e del ruolo che, secondo magistratura e investigatori, avrebbe ricoperto nella costruzione della presenza della ‘ndrangheta nel Milanese; dall’altra emerge il tema della funzione rieducativa della pena e della valutazione del percorso individuale compiuto durante quasi mezzo secolo di detenzione.
Una vicenda che continua a intrecciare giustizia, criminalità organizzata, diritto penitenziario e condizioni umanitarie, destinata a rimanere al centro dell’attenzione anche dopo il ritorno di Papalia nella sua abitazione di Corsico.


