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Caso ricina, spuntano le parole di Alice Di Vita: “Ho fatto colazione e…”. Viene fuori tutto

Pubblicato: 21/07/2026 10:11

Proseguono le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute a Pietracatella, in provincia di Campobasso, dopo essere state avvelenate con ricina. L’inchiesta della Procura di Larino, coordinata dalla procuratrice Elvira Antonelli, procede al momento per duplice omicidio volontario premeditato contro ignoti e punta ora a chiarire quando e in che modo il veleno sia stato somministrato alle due donne.

Gli esami sui 70 alimenti sospetti

Una risposta potrebbe arrivare dagli accertamenti tossicologici affidati agli esperti dell’Istituto Robert Koch di Berlino, dove sono stati inviati circa 70 alimenti ritenuti potenzialmente rilevanti per l’indagine.

Gli esami dovranno verificare l’eventuale presenza di ricina e contribuire a ricostruire il momento e le modalità dell’avvelenamento.

Il racconto della figlia Alice

Tra gli elementi acquisiti dalla Procura figurano anche le testimonianze dei familiari, compresa quella di Alice, la figlia minore di Antonella Di Ielsi e sorella di Sara, ascoltata dagli investigatori il 28 dicembre, il giorno successivo alla morte delle due donne.

Secondo quanto riferito dalla giovane, la mattina di Natale la madre aveva già accusato i primi sintomi.

«Alle ore 10 del 25 dicembre sono scesa a fare colazione, mamma stava a letto: si sentiva male, aveva già vomitato ed era molto debole», ha raccontato.

Poco dopo anche la sorella Sara avrebbe iniziato a manifestare nausea e vomito.

«Dopo circa mezz’ora anche mia sorella Sara si è alzata e ha cominciato ad accusare i primi sintomi, nausea e vomito, quindi si è rimessa a letto. Papà invece stava sul divano e stava bene».

Alice ha spiegato che, nel pomeriggio, una parente avrebbe praticato un’iniezione alle due donne nel tentativo di alleviare i sintomi, ma senza risultati. Successivamente madre e figlia sono state accompagnate al pronto soccorso.

Il peggioramento dopo un’apparente ripresa

Nel verbale la ragazza racconta anche che, nella notte tra il 25 e il 26 dicembre, Sara sembrava stare meglio e per questo era stata dimessa dall’ospedale.

La situazione, però, sarebbe precipitata poche ore dopo.

«Alle 11 mi sono svegliata con un messaggio o una chiamata di papà, non ricordo bene, che mi diceva che erano tornati al pronto soccorso perché Sara aveva avuto di nuovo gli stessi sintomi e anche lui aveva iniziato ad accusarli».

Secondo gli investigatori, questa sequenza potrebbe essere compatibile con l’ipotesi di un avvelenamento avvenuto in due momenti distinti, anche se al momento non vi sono conferme definitive.

La perizia: dose letale e nessun antidoto

Parallelamente prosegue il filone d’indagine che coinvolge alcuni sanitari, iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo come atto dovuto.

La relazione medico-legale, composta da oltre 900 pagine, avrebbe concluso che la quantità di ricina ingerita era letalmente elevata e che, in assenza di un antidoto specifico, non sarebbe stato possibile evitare il decesso.

«Il mio assistito ha sempre ritenuto di aver fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità. La perizia conferma che non c’era alcuna possibilità di salvarle», ha dichiarato a Morning News l’avvocato Domenico Fiorda, difensore di uno dei medici indagati.

Il legale ha inoltre osservato che la diversa evoluzione clinica di Sara tra il 26 e il 27 dicembre aveva evidenziato un rapido aggravamento delle sue condizioni.

L’ipotesi di un gesto pianificato

Rispondendo a una domanda sul possibile autore dell’avvelenamento, Fiorda ha espresso una valutazione personale.

«Sicuramente qualcuno di esperto. Pensare che la ricina sia stata somministrata a Natale mi fa pensare a un gesto intenzionale. È un periodo in cui nei pronto soccorso aumentano i casi di gastroenterite e i sintomi della ricina possono comparire tra le 15 e le 36 ore».

Si tratta di una considerazione dell’avvocato e non di una conclusione investigativa. Le indagini della Procura proseguono per individuare il responsabile e ricostruire con precisione tempi e modalità dell’avvelenamento.

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