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Caso Ranucci, Lavitola rompe il silenzio: “Spero che questa vicenda non gli rovini la vita”

Pubblicato: 21/07/2026 15:15

Valter Lavitola, imprenditore indagato e ritenuto dagli inquirenti il presunto mandante del progetto di attentato ai danni del conduttore di Report Sigfrido Ranucci, torna a parlare pubblicamente. Lo fa ai microfoni di Filorosso, la trasmissione di Rai 3 condotta da Manuela Moreno, e in alcune dichiarazioni rilasciate a Il Giornale. Nel suo lungo sfogo racconta il rapporto personale con Ranucci, si dice convinto che finirà in carcere e sostiene di conoscere il movente del presunto complotto, pur affermando di non sapere chi sarebbe il vero mandante.

“Sono sicuro che finirò in carcere”

Nel servizio trasmesso da Filorosso, Lavitola si mostra pessimista sul proprio futuro giudiziario. “Alla fine di questa storia sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”, afferma, aggiungendo che la vicenda “rovinerà la vita a me e spero che non la rovini a Sigfrido”. Secondo l’imprenditore, il danno maggiore per il giornalista sarebbe quello di vedere compromessa una carriera costruita in anni di lavoro: “Finire come un amico di un bandito è il peggio che gli poteva succedere”, dice.

Lavitola sostiene inoltre di avere una propria idea sulle ragioni che avrebbero portato all’indagine. “Io credo di sapere qual è la pista. Non so chi è il vero mandante ma so le motivazioni”, afferma, arrivando a sostenere che, se potesse occuparsi personalmente delle indagini, “forse risalirei al vero mandante”.

“Con Ranucci non ci sentiamo più”

L’imprenditore racconta anche di non avere più contatti con Sigfrido Ranucci dalla sera dell’interrogatorio. A Il Giornale spiega che per anni i due si sentivano anche più volte al giorno e che l’ultima telefonata, avvenuta dopo la perquisizione, sarebbe durata circa due ore. “Era notte e ha fatto giorno”, racconta, spiegando che oggi evita qualsiasi contatto perché il suo avvocato gli avrebbe consigliato di non farlo per evitare possibili contestazioni di inquinamento delle prove.

Lavitola rivela inoltre di essersi presentato all’interrogatorio convinto di essere arrestato. “Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”, racconta, spiegando di non sapere perché finora non sia stato disposto alcun provvedimento cautelare. A suo giudizio gli investigatori potrebbero voler osservare le sue mosse oppure raccogliere ulteriori elementi.

Il Camerun, Tavares e il timore di un’indagine più ampia

L’indagine avrebbe modificato anche i suoi programmi di viaggio. Lavitola racconta di essere stato pronto a partire per il Camerun per raggiungere Gomes Clesio Tavares, suo collaboratore di lunga data, anche lui indagato ma non ancora ascoltato dalla Procura perché si trova nel Paese africano. “Lui mi chiama padre. Ha avuto sette infarti e gli stavo portando pure le pillole per la pressione”, afferma, aggiungendo di essere molto preoccupato per le sue condizioni.

In chiusura, Lavitola ribadisce di ritenere che, se gli inquirenti avessero già prove concrete a suo carico o di un eventuale coinvolgimento di Ranucci, sarebbero già scattate misure cautelari. “Se loro sono convinti che io ho fatto questo reato o, peggio ancora, se io lo avessi fatto insieme a Sigfrido, mi avrebbero arrestato”, sostiene. L’imprenditore ipotizza infine che la Procura possa essere in possesso di elementi non ancora resi pubblici e conclude ricordando di aver messo in guardia lo stesso giornalista: “Io ho detto a Sigfrido: guarda che rischi grosso”.

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