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Desirée Mariottini, la notizia sull’assassino è sconvolgente. Si è appena saputo

Pubblicato: 11/08/2026 12:05

A quasi otto anni dalla tragica scomparsa di Desirée Mariottini, la vicenda giudiziaria si apre a un nuovo, amaro capitolo che riaccende il dolore della famiglia. Dopo la conclusione del processo penale, con tutte le condanne ormai definitive, i familiari della sedicenne di Cisterna di Latina uccisa nel 2018 a San Lorenzo, a Roma, si sono scontrati con un ostacolo che va oltre le aule di tribunale: chi ha ucciso Desirée non ha beni né redditi da cui attingere per pagare un risarcimento.

I legali della madre e della sorella della ragazza avevano chiesto allo Stato italiano un risarcimento di circa 900mila euro, invocando le direttive europee sui risarcimenti alle vittime di reati violenti, proprio perché Yousef Salia — condannato all’ergastolo come autore dell’omicidio — risulta essere nullatenente e quindi incapace di risarcire personalmente i familiari della vittima.

Il giudice Claudio Patruno, della seconda sezione civile del Tribunale di Roma, ha però respinto la richiesta. Nella sentenza il giudice ha tracciato una distinzione netta tra due concetti che nel linguaggio comune vengono spesso confusi: risarcimento e indennizzo. Il primo mira a ripristinare la situazione precedente al danno subito; il secondo ha una funzione più limitata, di natura riparatoria, e non è commisurato all’entità del danno effettivamente patito.

Gli indennizzi statali e il ricorso della famiglia

Secondo il Tribunale, l’Italia ha già recepito correttamente le direttive Ue attraverso il Fondo del ministero dell’Interno, che eroga somme prestabilite alle vittime quando il condannato non è in grado di pagare. Nel caso di Desirée, il Fondo ha riconosciuto 25mila euro per la violenza sessuale e 50mila euro per l’omicidio — cifre lontane dai 900mila euro richiesti. Si tratta per di più di importi cumulativi, da dividere pro quota tra tutti gli aventi diritto: madre, sorella e padre della ragazza.

I legali della famiglia hanno già annunciato l’intenzione di fare appello, sostenendo che le norme italiane non siano ancora pienamente conformi ai principi stabiliti dall’Unione europea. La questione passerà ora alla Corte d’Appello di Roma.

Sullo sfondo resta il ricordo di quella terribile notte del 17 ottobre 2018, quando la ragazza perse l’ultimo bus per tornare a casa. Attirata in uno stabile abbandonato in via dei Lucani, fu drogata, abusata e lasciata morire. Per la sua morte sono stati condannati in via definitiva Mamadou Gara (22 anni), Alinno Chima (26 anni), Brian Minthe (18 anni) e Yousef Salia (ergastolo).

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