
L’intelligenza artificiale sta entrando a gamba tesa nella politica e non più soltanto attraverso video falsi, immagini manipolate o propaganda automatizzata. Negli Stati Uniti il tema è ormai diventato materia da campagna elettorale: un memorandum riservato del National Republican Senatorial Committee, ottenuto da Axios, avverte le grandi aziende dell’AI che l’ostilità degli elettori verso i data center potrebbe contribuire addirittura alla perdita di un seggio decisivo al Senato in Ohio. Ma questo è soltanto il lato più visibile di una trasformazione molto più profonda.
La vera questione è che l’AI sta cominciando contemporaneamente a essere oggetto della competizione politica e strumento capace di modificarla. Da una parte gli elettori giudicano governi e candidati anche sulla costruzione dei data center, sui consumi energetici, sui posti di lavoro minacciati dall’automazione e sui rapporti con le Big Tech. Dall’altra, milioni di persone utilizzano chatbot e motori basati sull’intelligenza artificiale per informarsi, comprendere un programma elettorale, confrontare candidati o semplicemente farsi spiegare cosa pensare di un determinato argomento.
Ed è qui che la questione assume una dimensione potenzialmente enorme. Una ricerca pubblicata su Nature nel dicembre 2025 ha dimostrato sperimentalmente che conversare con un’intelligenza artificiale può modificare le preferenze degli elettori, con effetti osservati non soltanto negli Stati Uniti, ma anche nelle elezioni federali canadesi del 2025 e nelle presidenziali polacche dello stesso anno. In alcuni casi l’effetto persuasivo misurato è risultato superiore a quello normalmente ottenuto attraverso i tradizionali spot politici.
Il caso Ohio: i data center possono costare un seggio ai Repubblicani
Il campanello d’allarme più recente arriva dall’Ohio. Secondo il documento riservato ottenuto da Axios, i Repubblicani sono seriamente preoccupati per la campagna con cui il democratico Sherrod Brown sta cercando di trasformare i data center in un’arma contro il senatore repubblicano Jon Husted. Brown ha investito milioni di dollari in pubblicità presentando Husted come il volto politico dell’espansione dei grandi centri di calcolo nello Stato.
La strategia sembra funzionare. Un sondaggio Fox News citato da Axios vede Brown avanti di otto punti. Ancora più preoccupanti, per il settore tecnologico, sarebbero le rilevazioni interne secondo le quali i data center avrebbero raggiunto livelli di impopolarità paragonabili a quelli delle scorie nucleari esaurite. Il problema, quindi, non è più considerato locale.
Il memorandum repubblicano contiene un avvertimento esplicito alle aziende dell’intelligenza artificiale: se Husted dovesse perdere e la sconfitta fosse attribuita alla questione dei data center, altri politici americani potrebbero concludere che sostenere questi progetti rappresenta un rischio elettorale. Il risultato potrebbe essere un’ondata di opposizione capace di rallentare la costruzione dell’infrastruttura sulla quale si basa lo sviluppo dell’AI americana.
Negli Stati Uniti sono già operativi più di 4.000 data center e oltre 3.000 sarebbero in progettazione o costruzione. La loro espansione suscita proteste per l’enorme richiesta di elettricità e acqua, il possibile impatto sulle bollette, l’occupazione del territorio e il numero relativamente limitato di posti di lavoro permanenti creati rispetto alla dimensione degli investimenti.
L’AI diventa essa stessa una questione elettorale
Il fenomeno ha già superato i confini dell’Ohio. In Pennsylvania il governatore democratico Josh Shapiro ha introdotto nuove e severe condizioni per la costruzione dei data center, prevedendo maggiori obblighi ambientali e di trasparenza e un ruolo delle comunità locali. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, soltanto circa un terzo degli americani sostiene l’attuale ritmo di espansione dei data center e appena il 14% vorrebbe averne uno nella propria comunità.
La questione sta entrando anche nelle campagne per l’elezione dei governatori. Dall’Ohio al Wisconsin, dal Texas alla Pennsylvania, candidati democratici e repubblicani hanno iniziato a prendere le distanze da progetti che fino a pochi anni fa sarebbero stati presentati soprattutto come investimenti, innovazione e creazione di sviluppo economico.
È un passaggio politicamente importante. L’AI non è più un argomento riservato agli esperti di tecnologia: sta diventando una questione paragonabile all’energia, all’immigrazione, all’industria o all’ambiente, capace di produrre vincitori e sconfitti alle urne.
Ma il vero salto di qualità è un altro: l’AI può persuadere direttamente l’elettore
Il punto più delicato emerge però dalla ricerca scientifica sulla persuasione politica attraverso i chatbot. Uno studio pubblicato su Nature ha coinvolto elettori nel contesto delle presidenziali statunitensi del 2024, delle elezioni federali canadesi del 2025 e delle presidenziali polacche del 2025.
Ai partecipanti veniva assegnata una conversazione con un modello AI incaricato di sostenere uno dei due principali candidati. Il risultato è stato statisticamente significativo: dopo il dialogo con il chatbot cambiava la preferenza verso il candidato sostenuto dall’intelligenza artificiale. Gli effetti rilevati sono risultati maggiori di quelli normalmente osservati con la tradizionale pubblicità politica video. :
La Polonia è particolarmente interessante perché dimostra che non stiamo parlando esclusivamente della politica americana. Il meccanismo funziona in sistemi politici, culture e contesti elettorali differenti. La stessa ricerca ha riscontrato effetti anche in Canada, mentre un esperimento separato ha mostrato risultati significativi sulla posizione degli elettori del Massachusetts rispetto a un referendum.
Il chatbot conosce l’elettore e può costruire l’argomento più efficace
Qui emerge la differenza fondamentale rispetto alla propaganda tradizionale. Uno spot televisivo è uguale per milioni di persone. Un manifesto elettorale comunica lo stesso messaggio a chiunque lo osservi. Un chatbot può invece adattare la conversazione alla singola persona.
Può capire quali questioni interessano all’interlocutore, quali obiezioni presenta e quali argomenti considera più convincenti. E può continuare a rispondere, correggere il tiro e modificare la propria strategia durante la conversazione.
Un altro studio pubblicato su Nature Human Behaviour ha mostrato quanto possa diventare potente questo meccanismo. Quando GPT-4 disponeva di informazioni sociodemografiche sull’interlocutore e poteva quindi personalizzare gli argomenti, nei confronti in cui AI e persone non risultavano equivalenti il modello era più persuasivo dell’essere umano nel 64,4% dei casi, con un forte aumento delle probabilità di produrre maggiore accordo dopo il dibattito.
È facile intuire la portata politica del fenomeno. La tradizionale microtargetizzazione elettorale permetteva già di mostrare pubblicità diverse a differenti categorie di cittadini. L’AI può trasformare quella comunicazione unidirezionale in una persuasione individuale e interattiva.
Propaganda personalizzata, praticamente a costo zero
C’è poi il problema della scala. Convincere personalmente milioni di elettori richiederebbe un esercito di attivisti. Un’intelligenza artificiale può sostenere milioni di conversazioni contemporaneamente, ventiquattro ore al giorno, in decine di lingue.
Uno studio pubblicato su Nature Communications, basato su tre esperimenti preregistrati con complessivamente 4.829 partecipanti, ha verificato che messaggi generati dai modelli linguistici sono in grado di modificare gli atteggiamenti su temi politici anche polarizzanti. I ricercatori sottolineano precisamente il punto più rilevante per la politica: contenuti persuasivi possono essere prodotti rapidamente, a basso costo e su scala enorme.
Questo abbatte una barriera che ha sempre limitato la propaganda politica. Non serve più necessariamente un enorme apparato per produrre migliaia di versioni di uno stesso messaggio. L’intelligenza artificiale può generarle automaticamente e adattarle alle caratteristiche dei destinatari.
Il rischio delle elezioni decise da pochi punti
È qui che si arriva alla questione più delicata. Non è necessario immaginare un’intelligenza artificiale capace di convincere metà della popolazione per comprenderne il potenziale.
Le elezioni moderne vengono spesso decise da margini estremamente ridotti, soprattutto nei collegi decisivi o nelle competizioni presidenziali e parlamentari nelle quali pochi punti percentuali possono modificare completamente la distribuzione dei seggi.
Anche un effetto persuasivo relativamente piccolo, se applicato su vasta scala e concentrato sugli indecisi, sugli elettori moderati o su particolari collegi contendibili, potrebbe quindi diventare politicamente determinante.
Questo non significa che sia già dimostrato che un chatbot abbia deciso un’elezione nazionale. Una conclusione del genere sarebbe prematura. Ma ora esistono evidenze sperimentali che mostrano che l’AI può effettivamente spostare le opinioni politiche degli elettori. Ed è questa la novità sostanziale.
Non servono neppure fake news per influenzare il voto
Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale e le elezioni si è concentrato soprattutto sui deepfake: un candidato fatto apparire mentre pronuncia parole mai dette, un falso video di guerra, una telefonata artificiale o un’immagine costruita per screditare un avversario.
Il problema oggi è più sofisticato. L’AI può influenzare un elettore senza produrre necessariamente alcun contenuto falso.
Nello studio pubblicato su Nature, una delle strategie maggiormente associate alla capacità persuasiva dei chatbot era proprio l’utilizzo di informazioni, fatti e argomentazioni pertinenti. L’AI non aveva bisogno di ricorrere principalmente a pressioni emotive o espliciti inviti al voto: poteva convincere presentandosi come interlocutore informato e razionale.
Esiste però un problema ulteriore: non tutte le informazioni fornite dai modelli erano corrette. I ricercatori hanno riscontrato anche affermazioni inesatte, dimostrando come persuasione e affidabilità non coincidano necessariamente.
Quando l’elettore chiede all’AI “chi dovrei votare?”
La trasformazione diventa ancora più importante considerando come stanno cambiando le abitudini informative. Un cittadino non utilizza necessariamente un chatbot pensando di entrare in contatto con uno strumento di propaganda.
Può semplicemente chiedere: “Quale partito difende meglio i miei interessi?”, “Chi propone di abbassare maggiormente le tasse?”, “Qual è il candidato più vicino alle mie idee sull’Ucraina?”, “Chi ha ragione sull’immigrazione?”, “Quale programma economico è più credibile?”.
A differenza di una pubblicità elettorale, l’AI viene percepita facilmente come uno strumento al quale si sta chiedendo assistenza, non come qualcuno che sta cercando di conquistare un voto. Proprio questa relazione può rendere particolarmente delicata qualsiasi distorsione sistematica nelle risposte, nella selezione delle fonti o nel modo in cui vengono presentati candidati e questioni politiche.
La letteratura scientifica più recente considera ormai questo uno dei grandi problemi emergenti per la democrazia: sistemi avanzati di AI possono incidere sia sulla qualità delle informazioni attraverso le quali i cittadini prendono decisioni, sia sui meccanismi concreti attraverso cui funzionano elezioni e istituzioni.
Dall’America all’Europa, la partita è già cominciata
Pensare che il fenomeno riguardi soltanto gli Stati Uniti sarebbe un errore. Lo studio sulla persuasione ha già coinvolto elettori polacchi e canadesi, dimostrando che il potenziale politico dei chatbot attraversa i confini nazionali.
In Europa si aggiunge poi un’altra dimensione: quella delle infrastrutture. La Francia sta cercando di diventare uno dei grandi poli continentali dei data center per l’AI, attirando decine di miliardi di investimenti grazie soprattutto alla disponibilità di energia nucleare relativamente abbondante. Ma anche lì il tema sta entrando nella politica: Jean-Luc Mélenchon sostiene una moratoria per alcuni data center controllati da società straniere, inserendo la questione nel più ampio confronto sulla sovranità digitale europea.
In Scozia l’opposizione a un grande progetto ha già prodotto migliaia di obiezioni formali e manifestazioni, mentre il tema è diventato materia di confronto politico sulla strategia britannica per l’intelligenza artificiale.
Una tecnologia che può contemporaneamente creare il problema e raccontarlo
È questa probabilmente la caratteristica politicamente più rivoluzionaria dell’AI. Nessuna delle grandi tecnologie precedenti aveva concentrato nello stesso strumento così tante funzioni politiche.
L’intelligenza artificiale può analizzare gli elettori, produrre propaganda, creare immagini e video, personalizzare messaggi, rispondere direttamente alle domande dei cittadini, sintetizzare programmi, selezionare informazioni e sostenere conversazioni persuasive individuali.
E contemporaneamente la sua infrastruttura fisica — data center, centrali elettriche, reti, consumo d’acqua e territorio — sta diventando essa stessa un tema sul quale gli elettori scelgono chi votare.
Il caso dell’Ohio è emblematico. Il Partito Repubblicano non sta semplicemente discutendo una politica tecnologica: teme che la percezione pubblica dell’intelligenza artificiale possa contribuire a decidere chi controllerà un seggio del Senato. E avverte le aziende che, se questo dovesse accadere, la reazione politica potrebbe propagarsi nel resto del Paese.
Il prossimo rischio: non sapere più chi sta cercando di convincerci
La politica ha sempre cercato di persuadere gli elettori. La novità non è quindi la persuasione in sé. È la combinazione di personalizzazione, automazione, costo quasi nullo, velocità e scala resa possibile dall’intelligenza artificiale.
Un partito, un governo, un’azienda, un gruppo di pressione o persino un soggetto straniero potrebbero teoricamente utilizzare sistemi automatizzati per sostenere contemporaneamente milioni di conversazioni politiche differenti, ciascuna adattata all’interlocutore.
Ed è qui che l’AI può diventare determinante per gli assetti politici di una nazione. Non necessariamente attraverso un clamoroso video falso pubblicato alla vigilia delle elezioni, ma in modo molto meno visibile: migliaia o milioni di piccoli spostamenti individuali di opinione, prodotti durante conversazioni apparentemente normali.
Non sappiamo ancora quanto questo effetto sarà grande nelle elezioni reali. Ma sappiamo ormai che la capacità di persuasione esiste. E mentre i partiti americani cominciano a scoprire che persino un data center può decidere una campagna elettorale, la domanda che le democrazie dovranno affrontare è ancora più grande: cosa accadrà quando l’intelligenza artificiale non sarà soltanto uno dei temi sui quali votiamo, ma uno degli interlocutori che contribuiscono a decidere come voteremo?


