
Un polverone mediatico destinato a fare scuola sta scuotendo dalle fondamenta il mondo dell’informazione, trasformando un controverso intreccio di contatti e retroscena in un dibattito aperto sui limiti dell’etica professionale. Quando le dinamiche del potere e i salotti che contano finiscono sotto i riflettori, il confine tra inchiesta e compromesso rischia di farsi pericolosamente sottile. Una grande firma del servizio pubblico si ritrova ora al centro di un ciclone che travalica la singola notizia, mentre tra gli addetti ai lavori si leva una proposta spiazzante per ribaltare la narrazione e mettere a nudo vizi e virtù del giornalismo moderno.
L’affaire Ranucci-Lavitola continua ad allargarsi e tra chat, pranzi, rapporti trasversali e ricostruzioni contrapposte finisce per mettere sotto esame non soltanto il conduttore di Report, ma un intero modo di intendere la professione. Carlo Freccero prova allora a trasformare la vicenda in un vero e proprio esperimento televisivo: portare Sigfrido Ranuccidavanti al pubblico, sottoporlo alle domande e consentirgli di ricostruire in diretta ogni singolo passaggio. «Ranucci dovrebbe mettersi davanti al pubblico, uno contro tutti. Come faceva Maurizio Costanzo», propone l’ex direttore di Rai 2, caldeggiando una sorta di inchiesta del giornalista su se stesso.
L’esame di coscienza in tv e il ritratto di Roma
«È la prima cosa da fare», incalza Freccero, aggiungendo: «Se fossi direttore glielo proporrei. Davanti a un pubblico, uno contro tutti, come faceva Maurizio Costanzo. Sarebbe la prima volta che la tv si fa l’esame di coscienza in diretta». Una soluzione che consentirebbe all’azienda di mostrarsi «contemporanea e capace di autoanalisi», anche se l’ex dirigente frena con amarezza: «Se la Rai fosse contemporanea sì. Ma non lo farà». Eppure, ribadisce, «la rete pubblica se non altro dovrebbe farlo perché i media esigono un’autoanalisi».
Il caso nato dai contatti con Valter Lavitola, tra conversazioni e incontri, viene letto da Freccero come la fotografia perfetta delle relazioni opache nella Capitale: «È una vicenda che rappresenta cos’è il giornalismo oggi, fatto di lobby, amicizie, pranzi. È Roma: la città che capovolge e mescola ogni cosa». Una città dove, citando un celebre adagio del settore, «Roma è di chi attovaglia le persone giuste».


