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Una nuova pandemia? Cos’è il virus Junin e perché preoccupa

Pubblicato: 26/08/2026 14:28

La febbre emorragica argentina, provocata dal virus Junín, torna a far discutere in Argentina dopo la morte di una donna di 65 anni residente nel centro di Rosario. Un caso che presenta un elemento insolito: la paziente non viveva in campagna e non svolgeva attività agricole, caratteristiche storicamente associate alla malattia. La modalità con cui sarebbe entrata in contatto con il virus resta sconosciuta.

Un caso che rompe lo schema

La donna aveva manifestato febbre alta, dolori muscolari e una forte spossatezza. Gli esami avevano inoltre evidenziato una significativa diminuzione dei globuli bianchi e delle piastrine. In meno di una settimana le sue condizioni sono peggiorate fino al decesso. Solo successivamente è arrivata la diagnosi di febbre emorragica argentina.

Il caso, ricostruito dal New York Times, non dimostra che il virus si stia trasmettendo in ambiente urbano. Tuttavia, rappresenta un elemento che le autorità sanitarie non possono ignorare, soprattutto alla luce dei cambiamenti che stanno interessando il rapporto tra città e territorio rurale.

Il roditore che trasmette il virus

Il principale serbatoio naturale del virus Junín è il Calomys musculinus, un piccolo roditore. Il contagio avviene soprattutto attraverso l’inalazione di particelle contaminate da urine, saliva o feci dell’animale, oppure attraverso il contatto con pelle e mucose.

La trasmissione da persona a persona è possibile, ma non rappresenta la principale modalità di diffusione. Il problema è che nelle fasi iniziali la malattia può essere difficile da riconoscere: febbre, mal di testa, nausea, dolori muscolari e debolezza possono essere confusi con quelli di numerose altre infezioni.

Quando la diagnosi arriva tardi, possono comparire emorragie, convulsioni, disturbi neurologici e coma. Per questo il tempo rappresenta un fattore decisivo.

La malattia non riguarda più soltanto la campagna

I numeri restano contenuti, ma mostrano un fenomeno che merita attenzione. Fino alla settimana epidemiologica 37 del 2025, il Ministero della Salute argentino aveva confermato 49 casi su 492 segnalazioni e tre decessi, distribuiti soprattutto nelle province di Buenos Aires, Santa Fe e Córdoba. Sommando i dati del 2024 e del 2025, i morti erano almeno nove.

A preoccupare è soprattutto la distribuzione dei casi. Nei dati nazionali consolidati del 2024, il 33,67% dei casi confermati riguardava persone che lavoravano in aree urbane, mentre soltanto il 4% svolgeva attività rurali.

Questo non significa che il virus si sia necessariamente adattato agli ambienti cittadini. Piuttosto, è cambiato il confine stesso tra città e campagna.

Periferie, terreni abbandonati e binari

L’espansione urbana ha portato abitazioni e attività umane sempre più vicine a terreni agricoli, aree incolte e spazi degradati. I roditori possono trovare rifugio lungo i binari ferroviari, nei lotti abbandonati e nelle fasce di territorio rimaste incastrate tra un quartiere e l’altro.

È proprio questa sovrapposizione tra ambiente urbano e rurale a rendere più difficile individuare il rischio. La vecchia distinzione tra chi vive in città e chi lavora nei campi potrebbe quindi non essere più sufficiente per individuare le persone potenzialmente esposte.

Il ruolo del clima

Uno studio pubblicato ad aprile su npj Viruses ha analizzato il possibile impatto combinato di clima, uso del suolo, densità della popolazione e distribuzione di alcune specie di roditori. Per il periodo 2041-2060, i modelli prevedono in diverse aree uno spostamento e un possibile ampliamento del rischio legato agli arenavirus sudamericani.

Si tratta di una previsione ecologica e non della dimostrazione che il cambiamento climatico abbia provocato i casi attuali. Tuttavia, indica come l’evoluzione dell’ambiente possa modificare nel tempo le aree in cui uomini e animali entrano in contatto.

Il vaccino e il plasma possono fare la differenza

L’Argentina dispone comunque di strumenti importanti per contrastare la malattia. Tra questi c’è il vaccino Candid #1, somministrato con una singola dose alle persone che vivono, lavorano o transitano nelle aree considerate endemiche.

Esiste inoltre il plasma immune dei pazienti guariti. Se utilizzato tempestivamente, può ridurre in maniera drastica la mortalità, che senza trattamento può arrivare al 30% e scendere fino a circa l’1% quando il trattamento viene somministrato precocemente.

Per questo la rapidità della diagnosi rimane fondamentale.

Nessuna nuova pandemia all’orizzonte

Il caso di Rosario non significa che la febbre emorragica argentina rappresenti oggi una nuova minaccia pandemica. Il virus Junín non si trasmette facilmente tra esseri umani e la sua diffusione rimane geograficamente limitata.

Il segnale più importante è un altro: le zoonosi possono cambiare insieme all’ambiente nel quale vivono i loro serbatoi naturali. Una febbre apparentemente comune, un roditore in un’area periferica o un caso che non rientra nei profili epidemiologici abituali possono rappresentare indizi da non sottovalutare.

Per le autorità sanitarie la sfida è quindi riconoscere questi segnali prima che diventino un problema più grande, ampliando la sorveglianza anche alle aree urbane senza alimentare allarmismi.

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