
Donald Trump torna a fare campagna elettorale come se fosse già nel pieno della corsa alle elezioni di midterm. Alla convention repubblicana di Dallas, il presidente americano chiude la prima serata con un discorso di quasi due ore e soprattutto con una promessa destinata a far discutere: 5.000 dollari a ogni adulto americano se il Partito repubblicano riuscirà a conquistare le elezioni. Un gigantesco «dividendo Trump» che, secondo una stima Reuters, potrebbe costare circa 1,35 trilioni di dollari, considerando una platea di circa 270 milioni di adulti.
Il messaggio politico è chiarissimo: alle urne, dice Trump, gli americani dovranno votare come se il suo nome fosse sulla scheda. La posta in gioco, sostiene, è la sopravvivenza dei risultati ottenuti dalla sua amministrazione. I candidati democratici vengono dipinti ripetutamente come «comunisti» pronti a «distruggere il Paese». «Se perdiamo, perderete la frontiera, i tagli alle tasse, la sicurezza», avverte il presidente, trasformando le midterm in un referendum personale sulla sua presidenza.

Ma è soprattutto il dividendo da 5.000 dollari a dominare la serata. La promessa arriva mentre l’amministrazione cerca di parlare a un elettorato preoccupato soprattutto dal costo della vita. Trump assicura che renderà permanenti i tagli alle tasse e promette una riforma dell’assicurazione sanitaria, con l’obbligo per le compagnie di indicare in anticipo e con chiarezza quanto dovranno pagare i pazienti. Il problema è che proprio sul terreno dei prezzi il presidente deve fare i conti con una realtà meno favorevole: l’inflazione continua a pesare sulle famiglie e la guerra con l’Iran ha contribuito a far salire il costo della benzina e di alcuni alimenti.
Trump, però, difende senza esitazioni la sua scelta. Quando gli contestano l’aumento dei prezzi, racconta, lui pone una domanda: «Può l’Iran avere un’arma nucleare?». Se la risposta è no, sostiene, allora la sua decisione di intervenire era inevitabile. È il tipico ragionamento trumpiano, fatto di una domanda secca e di una conclusione altrettanto secca: la sicurezza nazionale viene prima del prezzo alla pompa di benzina. Anche qui, dunque, la campagna elettorale si intreccia con la politica estera.
Il resto del discorso è stato un concentrato dello stile Trump: battute, improvvisazioni e attacchi personali. Il presidente ha abbandonato più volte il testo sul gobbo per seguire quello che definisce «the weave», l’intreccio: un argomento che ne richiama un altro, un aneddoto, una deviazione improvvisa e poi il ritorno al punto di partenza. Ha scherzato persino sulla possibilità di perdersi nel filo del discorso: se un giorno non riuscisse più a tornare all’argomento iniziale, ha detto, il pubblico capirebbe che «è andato».
Non sono mancati gli affondi contro i suoi stessi alleati. Parlando del candidato al Senato Ken Paxton, Trump ha ironizzato sul suo modo di vestire, sul modo di parlare e persino sul suo aspetto, prima di concludere che bisogna comunque votarlo perché sarebbe stato «il più grande procuratore generale nella storia del Texas». Il pubblico ha riso e applaudito anche quando il presidente ha proposto di ribattezzare il New Mexico «New America» e lo Stretto di Hormuz «Stretto di Trump». Una miscela di spettacolo e politica che è ormai parte integrante del marchio Trump.
Il presidente ha inoltre annunciato una campagna elettorale senza risparmio: nei prossimi due mesi promette di visitare 35 Stati e distretti in bilico, tornando in alcuni anche due o tre volte. L’obiettivo è mobilitare la base e impedire che la frustrazione economica si trasformi in un voto di protesta contro i repubblicani. Trump sostiene che i risultati della sua amministrazione, dall’immigrazione all’economia, non ricevano dai media l’attenzione che meritano e invita i suoi sostenitori a non fidarsi di quelli che definisce i «fake media».
Eppure, proprio durante il grande show di Dallas, è comparso un dettaglio difficile da ignorare: diverse sedie erano vuote. Trump ha insistito più volte sul fatto che l’arena fosse pienissima e che ci fosse una lunga fila all’esterno, anticipando così le possibili critiche dei media. La scena racconta una contraddizione della vigilia elettorale repubblicana: da una parte un presidente ancora capace di dominare il palco e imporre il proprio linguaggio alla convention, dall’altra i segnali di una possibile stanchezza dell’elettorato.
A complicare il quadro c’è anche un’insolita apertura bipartisan. Sul palco è comparso a sorpresa John Fetterman, senatore democratico della Pennsylvania, per presentare il collega repubblicano David McCormick. Fetterman ha sostenuto che democratici e repubblicani possono ancora trovare spazi di collaborazione, una parentesi quasi anomala in una convention costruita sulla contrapposizione frontale


