
Il problema non è che Matteo Salvini abbia parlato con la Tass. Un vicepresidente del Consiglio può parlare con chi vuole, e certamente anche con un’agenzia di stampa russa. Il problema è quello che ha deciso di dire. Perché dietro la consueta retorica del «costruttore di pace» torna ancora una volta una linea sull’Ucraina che fatica a coincidere con quella ufficiale del governo di cui Salvini è uno dei massimi rappresentanti.
Il vicepremier ripete che bisogna «far tacere le armi», restituire spazio alla diplomazia e non continuare a inviare armamenti. Parole apparentemente rassicuranti, ma politicamente tutt’altro che neutre. Perché il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha costruito in questi anni una posizione molto precisa: sostegno a Kiev, fedeltà all’Alleanza Atlantica, condanna dell’aggressione russa e convinzione che una pace credibile non possa essere imposta all’Ucraina sulla base della forza militare di Mosca.
Salvini, invece, continua a muoversi su un crinale diverso. Non arriva mai fino al punto di rompere formalmente con la linea del governo, ma ne corregge continuamente il linguaggio, ne smussa gli angoli e soprattutto ne cambia il presupposto politico. Dove Meloni insiste sul diritto dell’Ucraina a difendersi, Salvini insiste sulla necessità di smettere di armare. Dove il governo parla della responsabilità russa, Salvini preferisce parlare genericamente di guerra, armi, escalation e diplomazia.
La differenza non è semantica
Non è una questione di sfumature. È una diversa lettura del conflitto.
Dire che bisogna «far tacere le armi» è facilissimo. Più difficile è spiegare cosa dovrebbe accadere il giorno dopo. Se l’Ucraina smettesse di ricevere sostegno militare e la Russia mantenesse intatta la propria capacità offensiva, il risultato sarebbe davvero la pace oppure semplicemente un riequilibrio dei rapporti di forza a favore di Mosca?
È qui che la posizione di Salvini mostra tutta la propria debolezza. La diplomazia non è l’alternativa alla forza in senso astratto. La diplomazia funziona quando nessuna delle parti ritiene di poter ottenere con le armi ciò che non riesce a ottenere al tavolo. Se una delle due pensa di poter avanzare ancora, conquistare territorio o imporre condizioni migliori, il negoziato rischia di diventare soltanto la formalizzazione di una sconfitta.
Per questo la linea di Meloni, piaccia o meno, ha una sua coerenza. Prima si impedisce che l’aggressione produca il risultato sperato, poi si costruisce una trattativa. Salvini capovolge il ragionamento: fermiamo prima il sostegno militare e confidiamo che da lì possa nascere la pace.
Il problema politico per Meloni
Ma c’è anche una questione interna al governo. Perché Salvini non è il leader di un partito di opposizione. È il vicepresidente del Consiglio. E quando parla con la Tass non rappresenta soltanto se stesso o la Lega: inevitabilmente rappresenta anche, almeno in parte, l’esecutivo italiano.
Ecco perché il suo continuo smarcamento sull’Ucraina non è irrilevante.
Meloni ha investito molto della propria credibilità internazionale proprio sulla chiarezza della collocazione italiana. Ha voluto dimostrare che un governo guidato dalla destra italiana non avrebbe rimesso in discussione né la Nato né il sostegno occidentale a Kiev. È stato uno dei pilastri su cui ha costruito il rapporto con Washington e con le principali cancellerie europee.
Salvini, periodicamente, riapre quella crepa.
Lo fa senza mai arrivare alla rottura, utilizzando parole abbastanza elastiche da poter sempre sostenere di non avere contraddetto la premier. Ma il messaggio politico resta evidente: una parte importante della maggioranza considera il sostegno militare all’Ucraina sempre meno sostenibile e guarda con crescente favore a una normalizzazione dei rapporti con Mosca.
Può essere una posizione legittima. Ma dovrebbe allora essere rivendicata fino in fondo e discussa politicamente, invece di essere avvolta nella formula rassicurante del «costruttore di pace».
Perché tutti vogliono la pace. Anche chi sostiene l’invio di armi all’Ucraina dice di volerla. La vera differenza riguarda quale pace si considera accettabile, quali condizioni si pongono e soprattutto quanto si è disposti a concedere alla Russia per ottenerla.
Ed è esattamente su questo che Salvini e Meloni continuano a parlare due lingue diverse.


