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Melonellum nel mirino della Consulta: il premio al Senato rischia di saltare, governo già al piano B

Pubblicato: 08/10/2026 07:05

Il premio di maggioranza al Senato rischia di diventare il vero punto debole della nuova legge elettorale voluta dal centrodestra. A Palazzo Chigi cresce il timore che la Corte costituzionale possa intervenire sul meccanismo previsto dalla riforma, mettendo in discussione uno dei pilastri del sistema costruito dalla maggioranza. Per questo il governo avrebbe già affidato ai tecnici il compito di studiare una soluzione alternativa capace di salvare il bonus senza entrare in rotta di collisione con la Costituzione.

Il nodo riguarda soprattutto il meccanismo nazionale che assegna alla coalizione vincente un blocco di 35 senatori. La questione costituzionale nasce dall’articolo 57 della Carta, secondo cui il Senato è eletto su base regionale. Il rischio è che un premio determinato a livello nazionale finisca per modificare il rapporto di forza espresso dagli elettori all’interno delle singole regioni.

Il problema del premio nazionale

Il caso più delicato è quello di una coalizione che vinca complessivamente le elezioni ma perda in alcune regioni. Con il sistema previsto dalla riforma, il premio nazionale potrebbe consentirle di ottenere comunque più senatori anche in territori dove un altro schieramento ha raccolto più voti. È proprio questa possibile distorsione della rappresentanza regionale ad aver alimentato i dubbi emersi anche durante le audizioni dei costituzionalisti.

All’interno della maggioranza la lettura resta diversa. Il centrodestra considera legittimo un premio di maggioranza e richiama l’esigenza di avvicinare il più possibile i sistemi elettorali di Camera e Senato. Ma la preoccupazione politica resta alta, tanto che sarebbero stati avviati confronti informali tra esponenti vicini al governo, tecnici e strutture parlamentari per comprendere fino a che punto la riforma possa essere esposta a un intervento della Consulta.

Non sarebbe inoltre l’unico fronte delicato. Tra i punti potenzialmente contestabili figurano anche la richiesta di 300 mila firme per le forze prive di un simbolo già presente alle precedenti elezioni e l’assenza di una quota minima del 40 per cento di donne tra i capilista. Ma il dossier più pesante resta quello del Senato.

Il piano B del governo

Gli scenari possibili sono diversi. La Corte potrebbe limitarsi a segnalare le criticità senza eliminare direttamente il premio, soluzione politicamente più favorevole per il governo. Un’altra possibilità sarebbe una correzione del sistema capace di trasformare il bonus nazionale in una serie di premi distribuiti regionalmente. L’ipotesi più problematica sarebbe invece la cancellazione del premio, con il ritorno di fatto a un sistema proporzionale puro al Senato.

Proprio per evitare questo scenario, i tecnici starebbero lavorando a un piano B: conservare i 35 seggi aggiuntivi ma distribuirli attraverso lo scorrimento delle liste proporzionali e un diverso sistema di quozienti e resti. L’obiettivo sarebbe premiare maggiormente la coalizione vincente nelle regioni in cui è effettivamente arrivata prima, limitando invece gli effetti del bonus nelle regioni conquistate dagli avversari. In sostanza, mantenere un premio nazionale cercando però di renderlo compatibile con la base regionale prevista dalla Costituzione.

Anche i tempi diventano decisivi. Nel governo si considera possibile un pronunciamento della Consulta entro febbraio, abbastanza presto da consentire eventuali correzioni prima di un voto primaverile. Una bocciatura pesante a ridosso delle elezioni avrebbe infatti conseguenze non soltanto tecniche, ma anche politiche: costringerebbe la maggioranza a intervenire rapidamente sulla legge elettorale proprio mentre il Paese si prepara ad andare alle urne.

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