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Juve, perché Spalletti se ne deve andare

Pubblicato: 18/10/2026 22:57

Lo 0-3 contro la Lazio non è soltanto una sconfitta. È la certificazione di un fallimento tecnico che ormai diventa difficile nascondere dietro le statistiche, le occasioni mancate, i progressi immaginati e le promesse di un calcio che dovrebbe arrivare domani. Luciano Spalletti deve lasciare la Juventus. Non perché abbia improvvisamente dimenticato come si allena, non perché il suo passato non meriti rispetto, ma perché il suo presente bianconero racconta una storia che non funziona più. E nel calcio, soprattutto alla Juventus, arriva un momento in cui bisogna avere il coraggio di riconoscerlo.

La cosa peggiore non sono nemmeno i tre gol incassati in casa. È la sensazione di assistere a una squadra che continua a cercare se stessa senza mai trovarsi. Una Juventus senza identità, incapace di trasformare il possesso in dominio, la qualità individuale in gioco collettivo, la superiorità territoriale in occasioni realmente pericolose. Una squadra che cambia interpreti, prova soluzioni, modifica disposizioni, ma continua a riproporre gli stessi problemi. Il calcio di Spalletti dovrebbe essere organizzazione, movimento, aggressività, occupazione razionale degli spazi. Quello della Juventus è diventato troppo spesso un esercizio di circolazione del pallone senza una destinazione convincente.

Il problema, del resto, era evidente prima ancora della partita contro la Lazio. Anche un’analisi tattica pubblicata dalla Lega Serie A alla vigilia sottolineava un paradosso: la Juventus tirava molto, controllava ampie porzioni di campo, ma costruiva occasioni di qualità inferiore rispetto alla stagione precedente. Il dato più significativo riguardava proprio la difficoltà nel rendere pericolosi gli attaccanti. Kolo Muani, in particolare, appariva penalizzato da un sistema che non riusciva a valorizzarne pienamente le caratteristiche. Non un incidente di percorso, dunque, ma un limite strutturale già individuato e mai veramente risolto.

Il confronto impietoso con Gattuso

C’è poi una circostanza che rende questa sconfitta ancora più pesante. Dall’altra parte c’era la Lazio di Gennaro Gattuso, una squadra che ha trovato rapidamente un’identità riconoscibile. Non necessariamente più ricca di talento individuale, ma certamente più chiara nei principi di gioco. I giocatori sanno cosa fare, come muoversi, quando accelerare, quando aspettare. La Lazio ha un equilibrio, una struttura e soprattutto una convinzione collettiva. La Juventus, invece, continua ad affidarsi alla speranza che prima o poi qualcosa si accenda.

È il paradosso di due allenatori che arrivano da esperienze difficili con la Nazionale. Gattuso, considerato soprattutto un motivatore, ha costruito una squadra organizzata e concreta. Spalletti, celebrato come uno dei grandi interpreti del calcio tattico italiano, sembra essersi smarrito dentro la complessità delle proprie idee. Il primo ha semplificato, il secondo continua a complicare. Il primo ha dato certezze, il secondo continua a cercare risposte. E lo 0-3 dello Stadium rende questo confronto particolarmente impietoso.

Alla vigilia Spalletti aveva assicurato che la Juventus fosse sulla buona strada. Aveva parlato di un gruppo forte, sano, solido. E aveva evocato le sabbie mobili nelle quali si rischia di sprofondare quando non arrivano i risultati. Quelle parole, dopo la partita contro la Lazio, assumono un significato diverso. Perché il problema non è soltanto perdere. Il problema è continuare a descrivere una crescita che la classifica e il campo faticano a confermare.

Naturalmente le responsabilità non possono essere attribuite tutte all’allenatore. La Juventus ha problemi di costruzione della rosa, di continuità tecnica e di programmazione. Alcuni giocatori non stanno rendendo secondo le aspettative. Ma proprio per questo servirebbe un tecnico capace di individuare poche certezze, consolidarle e costruirci intorno una squadra. Non un laboratorio permanente nel quale ogni partita diventa l’occasione per verificare una nuova ipotesi.

Il fallimento di un progetto tecnico

Spalletti ha avuto tempo, fiducia e una squadra sulla quale lavorare. Non gli si chiedeva necessariamente di vincere subito lo scudetto. Gli si chiedeva di restituire alla Juventus una fisionomia, una personalità, una direzione. Di far capire, finalmente, che cosa volesse diventare questa squadra. Invece siamo ancora al punto di partenza, con l’aggravante di una classifica che comincia a diventare preoccupante.

E qui bisogna liberarsi da un equivoco. Chiedere l’addio di Spalletti non significa negarne il valore. Lo scudetto conquistato a Napoli resta un capolavoro tecnico. Ma il prestigio di un allenatore non può trasformarsi in un’assicurazione sulla vita professionale. Al contrario, chi ha dimostrato di saper costruire una grande squadra dovrebbe essere giudicato proprio sulla distanza tra le proprie capacità e ciò che riesce a esprimere oggi.

C’è anche un problema di linguaggio, che nel calcio spesso precede quello dei risultati. Spalletti continua a raccontare una Juventus che sembra esistere soprattutto nelle sue spiegazioni. Una squadra che cresce, che migliora, che sta assimilando concetti, che deve soltanto trovare il momento giusto per esprimersi. Ma il calcio non è una conferenza permanente sulle intenzioni. È un gioco nel quale le idee devono diventare comportamenti, i comportamenti devono diventare occasioni e le occasioni devono diventare gol. Quando questa trasformazione non avviene, le spiegazioni smettono di essere rassicuranti e diventano il sintomo del problema.

La Juventus ha bisogno di ritrovare una cultura della responsabilità. Non quella degli esoneri come soluzione automatica, ma quella delle decisioni che si prendono quando un progetto mostra di avere esaurito la propria spinta. Continuare soltanto perché cambiare sarebbe doloroso significa rinviare il problema, non risolverlo.

Undici punti dopo sette giornate, otto di distanza dalla Lazio e tre gol subiti in casa nello scontro diretto. Non è una sentenza matematica sulla stagione, ma è un bilancio tecnico sul quale non si può più sorvolare. Il campionato è ancora lungo, naturalmente. Ma proprio perché è ancora lungo sarebbe sbagliato sacrificare altro tempo sull’altare di una continuità che non produce risultati.

Spalletti può ancora allenare ad altissimi livelli. Può ritrovare altrove quella brillantezza che lo ha reso uno dei migliori tecnici italiani. Ma questo matrimonio con la Juventus sembra avere smarrito le ragioni per cui era cominciato. E soprattutto c’è un principio che una società come la Juventus dovrebbe ricordare prima di ogni altro: nessun allenatore può diventare più importante della squadra che allena.

Per questo Spalletti se ne deve andare. Non per punire una sconfitta, non per assecondare la rabbia dei tifosi, non per trovare un capro espiatorio. Ma perché continuare a difendere un progetto che non funziona significa rinunciare a costruirne uno diverso.

La Juventus non ha bisogno dell’ennesima rivoluzione annunciata, né di un altro allenatore presentato come un messia. Ha bisogno di qualcuno che restituisca semplicità al suo calcio, fiducia ai suoi giocatori e soprattutto un senso alle sue partite. Qualcuno che sappia distinguere tra l’avere un’idea e riuscire a realizzarla.

Spalletti è un grande allenatore. Ma essere un grande allenatore non significa essere sempre quello giusto, per qualsiasi squadra e in qualsiasi momento. Anzi, qualche volta la grandezza consiste proprio nel capire quando è arrivato il momento di farsi da parte.

Lo 0-3 contro la Lazio non ha creato il problema. Lo ha semplicemente reso impossibile da ignorare.

E la Juventus, che ha già perso abbastanza tempo a cercare il proprio futuro, non può permettersi di continuare a vivere nel passato di Luciano Spalletti.

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