
Elly Schlein ufficializza la propria candidatura alla presidenza del Consiglio e mette un punto fermo nella partita per la leadership del centrosinistra. La segretaria del Partito democratico sceglie l’assemblea nazionale del partito per annunciare la propria disponibilità a sfidare Giorgia Meloni alle prossime elezioni politiche. «Sono pronta, determinata, onorata e orgogliosa di poter guidare questa straordinaria comunità come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie», dichiara davanti ai delegati, raccogliendo una standing ovation.
L’investitura arriva al termine di un’assemblea convocata anche per modificare lo statuto e prorogare il mandato della segretaria, in scadenza a marzo. Su questo passaggio il partito trova un accordo ampio, compresa la minoranza riformista. Ma quando si passa alle regole per individuare il candidato premier, l’unità si incrina. Un secondo ordine del giorno stabilisce infatti che, in caso di primarie di coalizione, Schlein sia l’unica candidata espressa dal Pd, impedendo ad altri esponenti democratici di partecipare alla competizione. Una decisione che riguarda direttamente Giorgio Gori, eurodeputato riformista intenzionato a concorrere per allargare la rappresentanza politica del partito.
La minoranza contesta le regole: 26 astenuti e tre contrari
Il voto finale fotografa una divisione che la maggioranza della segretaria tenta di ridimensionare: 578 favorevoli, 26 astenuti e tre contrari. A contestare il metodo è soprattutto Lorenzo Guerini, che riconosce a Schlein il diritto politico di rappresentare il Pd nella competizione per Palazzo Chigi, ma mette in discussione la legittimità della procedura scelta. «Le regole hanno un senso e un ordine del giorno non può derogare alla regola», osserva, richiamando le disposizioni statutarie modificate nel 2012 per consentire anche a Matteo Renzi di partecipare alle primarie del centrosinistra.
Per la minoranza si tratta di una forzatura statutaria. La maggioranza replica sottolineando il peso numericamente limitato del dissenso, pari a circa il 4,5% dei votanti. Resta però il significato politico della decisione: il Pd si presenta alla costruzione della coalizione progressista con una candidatura già definita e con margini di competizione interna fortemente ridotti. Una scelta che rafforza la posizione della segretaria, ma riapre il confronto tra le diverse anime del partito proprio mentre l’assemblea aveva scelto l’unità come parola d’ordine.
Nel suo intervento, Schlein concentra gran parte degli attacchi sul governo Meloni, accusato di non ascoltare le proteste di studenti, agricoltori e cittadini alle prese con le difficoltà economiche. «Aveva i numeri per fare tutto e non ha fatto nulla per migliorare la vita degli italiani», afferma riferendosi alla presidente del Consiglio. La segretaria denuncia anche una presunta censura delle mobilitazioni da parte dell’informazione pubblica, utilizzando l’espressione «TeleMeloni», e sostiene che gli italiani siano oggi «più poveri e più incazzati di ieri».
La sfida agli alleati: prima il programma, poi le primarie
Il discorso contiene anche un messaggio rivolto a Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che chiedono di accelerare nella definizione della leadership della coalizione. Per Schlein, invece, la priorità deve essere la costruzione di un programma comune, elaborato coinvolgendo sindacati, associazioni e categorie sociali, senza limitare il confronto alle segreterie dei partiti. Solo successivamente si dovrà affrontare il tema delle primarie. La leader democratica richiama le proposte già condivise dalle opposizioni in Parlamento, dal salario minimo al congedo paritario, fino al rafforzamento della sanità pubblica.
Schlein rivendica inoltre il percorso compiuto dalla sua elezione alla guida del Pd, il 12 marzo 2023. «Ci eravamo dati due obiettivi: unità del Pd e unità dell’alleanza progressista. Possiamo dire con forza di averli raggiunti entrambi», sostiene. E risponde a chi aveva previsto una sua rapida uscita di scena: «Avevano scommesso che non sarei durata sei mesi e sono ancora qua». La segretaria rivendica l’autonomia politica del partito e respinge le pressioni di quello che definisce un pezzo di establishment contrario all’arrivo di una persona di sinistra a Palazzo Chigi.
Nella parte conclusiva del discorso, la leader democratica insiste anche sulla propria identità personale e politica. «Io posso solo offrire le mie aggravanti personali: essere donna, avere quarant’anni, essere libera e non proprio conforme a tutti gli standard». Una rivendicazione che accompagna la richiesta di guidare l’intero centrosinistra nella prossima sfida elettorale.
La candidatura di Elly Schlein a Palazzo Chigi è dunque ufficialmente sul tavolo, indipendentemente dal ricorso alle primarie. Ma il voto dell’assemblea lascia aperta una questione politica e statutaria: mentre la segretaria chiede agli alleati di costruire insieme il programma e di decidere successivamente le modalità della competizione, all’interno del Pd la scelta del candidato è stata già indirizzata. La minoranza ha rinunciato allo scontro sulla proroga del mandato, ma non ha accettato senza riserve le regole della candidatura. Ed è su questa distinzione che si misura la distanza ancora esistente tra le diverse componenti democratiche.


