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Liliana Resinovich, nuove tracce sui sacchi neri: possibile collegamento con il guanto trovato vicino al corpo

Pubblicato: 21/10/2026 18:28
liliana resinovich giallo coltelli

Nuovi elementi emergono dalle perizie sulla morte di Liliana Resinovich, la donna scomparsa a Trieste nel dicembre 2021 e ritrovata senza vita alcune settimane dopo. Quattro tracce individuate sui sacchi neri che avvolgevano il cadavere potrebbero essere state lasciate dal guanto da lavoro nero rinvenuto a pochi metri dal corpo. È quanto emerge da una perizia dattiloscopica disposta dalla giudice per le indagini preliminari di Trieste. Gli accertamenti indicano una compatibilità tra le tracce e il tessuto del guanto, pur senza stabilire un’identificazione certa. Per l’avvocato Nicodemo Gentile, che assiste Sergio Resinovich, fratello della vittima, si tratta di un elemento significativo a sostegno dell’ipotesi dell’omicidio.

Le quattro tracce sui sacchi neri e il collegamento con il guanto

La novità arriva dall’analisi dattiloscopica effettuata sui reperti sequestrati nell’ambito delle indagini sulla morte di Liliana Resinovich.

Al centro degli accertamenti ci sono quattro tracce rilevate sui sacchi neri nei quali era stato trovato il corpo della donna, nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste.

Secondo quanto riferito dall’avvocato Gentile, le tracce esaminate presentano caratteristiche simili tra loro.

In particolare, nella relazione si legge che «mostrano caratteristiche analoghe tra loro e si ritengono prodotte dal contatto di un medesimo tessuto».

Gli esperti hanno quindi effettuato un confronto tra le tracce presenti sui sacchi e quelle ottenute sperimentalmente utilizzando il guanto da lavoro nero recuperato vicino al cadavere.

L’analisi ha evidenziato alcune somiglianze, che potrebbero indicare un contatto tra il guanto e i sacchi.

Cosa dice la perizia: «Moderato supporto all’ipotesi»

Il risultato dell’accertamento richiede tuttavia una distinzione importante.

La comparazione tra le tracce e le impronte sperimentali prodotte dal guanto ha individuato «lievi corrispondenze morfo-dimensionali», cioè somiglianze relative alla forma e alle dimensioni delle impronte.

Nella relazione viene precisato che, in assenza di elementi discordanti, questi risultati rappresentano «un’evidenza di moderato supporto all’ipotesi» che le quattro tracce siano state generate dal contatto con il guanto sequestrato.

Questo significa che gli elementi raccolti sono compatibili con l’ipotesi di un contatto, ma non consentono di affermare con certezza che sia stato proprio quel guanto a lasciare le tracce.

Il risultato potrebbe comunque contribuire a ricostruire le modalità con cui i sacchi sono stati maneggiati e a chiarire l’eventuale ruolo del reperto nella vicenda.

Il guanto nero trovato a pochi metri dal cadavere

Il guanto oggetto della nuova comparazione è un guanto da lavoro sinistro, di colore nero, rinvenuto a pochi metri dal corpo di Liliana Resinovich.

Il reperto era stato recuperato nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, dove la donna venne ritrovata senza vita.

Già in passato il guanto era stato sottoposto ad accertamenti, ma la nuova perizia ha concentrato l’attenzione sulla possibile corrispondenza tra il suo tessuto e le tracce presenti sui sacchi.

L’eventuale collegamento potrebbe assumere rilevanza nella ricostruzione delle circostanze in cui il corpo fu avvolto e lasciato nel luogo del ritrovamento.

Resta però da chiarire chi abbia utilizzato il guanto, quando e in quali circostanze.

La perizia non identifica una persona né dimostra, da sola, come sia avvenuta la morte della donna.

L’avvocato del fratello: «L’omicidio è un’evidenza imponente come il Monte Bianco»

A commentare i nuovi risultati è stato l’avvocato Nicodemo Gentile, che rappresenta Sergio Resinovich, fratello di Liliana.

Il legale ritiene che gli elementi emersi rafforzino ulteriormente l’ipotesi di una morte violenta.

«Che si tratti di un omicidio è ormai un’evidenza imponente come il Monte Bianco», ha dichiarato.

Gentile ha quindi sollecitato un’accelerazione nell’individuazione di eventuali responsabilità.

«È tempo di dare nome e cognome a chi ha ucciso la povera Liliana. La verità non può più attendere», ha aggiunto.

Si tratta della valutazione espressa dal rappresentante legale del fratello della vittima. Gli accertamenti peritali, pur offrendo nuovi elementi, non costituiscono di per sé una conclusione giudiziaria definitiva sulla natura della morte.

Il Dna maschile sui sacchi e sui jeans: identificato un operatore

Nei giorni scorsi era stata depositata anche una perizia genetica relativa ad alcune tracce di Dna maschile individuate sui reperti.

In particolare, materiale genetico appartenente a un uomo era stato rilevato su uno dei sacchi neri e sui jeans indossati da Liliana Resinovich.

Inizialmente, la presenza di queste tracce aveva rappresentato un ulteriore elemento da approfondire.

Una successiva comparazione effettuata dalla Polizia Scientifica ha però permesso di attribuirle a un operatore che aveva maneggiato i reperti il 28 luglio 2023, durante precedenti accertamenti.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Piccolo, dunque, quelle specifiche tracce sarebbero riconducibili alle attività svolte sui materiali dopo il ritrovamento del corpo.

Questo risultato ridimensiona il possibile significato investigativo di tali profili genetici rispetto alla ricostruzione della morte.

Il Dna sul cordino delle chiavi e il capello: due tracce ancora senza identità

Non tutti gli elementi genetici analizzati, però, hanno trovato una spiegazione.

Restano infatti ancora senza un’identificazione, secondo quanto riportato dal Piccolo, due tracce considerate di interesse investigativo.

La prima riguarda un profilo di Dna maschile individuato sul cordino che teneva legate le chiavi di Liliana Resinovich.

La seconda è relativa a un capello trovato sulla maglia indossata dalla donna.

Al momento non è stata individuata l’identità delle persone alle quali potrebbero appartenere questi reperti.

La loro presenza non dimostra automaticamente un coinvolgimento nella morte di Liliana, ma costituisce un ulteriore elemento che gli investigatori potrebbero valutare insieme alle altre risultanze.

Il mistero sulla morte di Liliana Resinovich

Liliana Resinovich scomparve da Trieste il 14 dicembre 2021. Il suo corpo fu ritrovato il 5 gennaio 2022 in un’area verde dell’ex ospedale psichiatrico, avvolto in sacchi neri.

Da allora, il caso è stato al centro di numerosi accertamenti, perizie e approfondimenti investigativi, nel tentativo di chiarire le cause della morte e le circostanze del ritrovamento.

Le nuove analisi sui sacchi e sul guanto aggiungono un ulteriore tassello a una vicenda che continua a presentare interrogativi.

Il dato più significativo della perizia dattiloscopica è la compatibilità, definita di moderato valore probatorio, tra le quattro tracce sui sacchi e il guanto nero trovato vicino al cadavere.

Per il legale della famiglia si tratta di un elemento che rafforza l’ipotesi dell’omicidio. Sul piano investigativo, tuttavia, resta necessario stabilire l’origine effettiva delle tracce e il loro collegamento con gli eventi che hanno preceduto la morte della donna.

La ricerca della verità sulla fine di Liliana Resinovich prosegue, mentre restano ancora da identificare il Dna maschile trovato sul cordino delle chiavi e il capello rinvenuto sui suoi vestiti.

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