
GERUSALEMME – «Sapete perché sono qui, a poche ore dalle elezioni? Per due ragioni. La prima è che rispetto profondamente il giornalismo. È stata la mia professione, anzi, è ancora la mia vera identità. Ieri ho partecipato a un podcast americano: abbiamo parlato per il novanta per cento di giornalismo e per il dieci per cento di politica. Ero l’uomo più felice del mondo». Boaz Bismuth, presidente della Commissione Esteri e Difesa della Knesset, parlamentare del Likud ed ex direttore del quotidiano Israel Hayom, comincia così una lunga conversazione sul futuro di Israele. Siamo nel Parlamento israeliano, a Gerusalemme, alla vigilia di un voto che potrebbe cambiare il governo e gli equilibri politici di un Paese attraversato da tre anni di guerra. Bismuth è uno degli uomini più vicini a Benjamin Netanyahu, ma prima di entrare nel merito delle elezioni vuole ricordare il suo passato da giornalista. E dichiarare il suo amore per l’Italia.
«La seconda ragione per cui sono contento di incontrarvi è proprio questa: venite dall’Italia. Io amo il vostro Paese da quando ero bambino. Paolo Rossi, la squadra azzurra, Causio… ve lo ricordate? Sono un dinosauro». Qualcuno gli suggerisce Bruno Conti. «Esatto! E Donadoni, naturalmente. A questo punto ci sono soltanto due possibilità: o amo l’Italia da moltissimi anni oppure sto diventando vecchio».
Il calcio è una breve parentesi. Perché la conversazione prende immediatamente una piega assai più impegnativa. «Siete arrivati in Israele in uno dei momenti più difficili della nostra storia. E quando domani sentirete i leader dei partiti, tanto quelli del mio schieramento conservatore quanto quelli del campo liberale, sostenere che queste sono le elezioni più importanti che abbiamo mai affrontato, sappiate che non mentono. È davvero così. Ed è significativo che lo dicano entrambi».
Il motivo, naturalmente, è il 7 ottobre e tutto ciò che ne è seguito. «Abbiamo combattuto una guerra su sette fronti. Anzi, otto, se consideriamo anche quello diplomatico, che è ancora aperto. E per quanto riguarda l’Iran, sapete, è come nelle tragedie di Shakespeare: dopo il primo atto e il secondo, normalmente arriva il terzo. Noi lo stiamo aspettando. Non è una questione di se accadrà, ma di quando».
Bismuth parla della guerra come di una maratona che ha cambiato profondamente la società israeliana, lasciando cicatrici che continueranno a pesare ben oltre la conclusione delle operazioni militari. Ma ciò che lo sorprende maggiormente, racconta, è il livello raggiunto dallo scontro politico interno. «Seguo le elezioni dal 1977. Nel 1981 facevo già volontariato politico, praticamente nello stesso partito di oggi. Ricordo campagne elettorali durissime, persino più violente nel linguaggio rispetto a quelle attuali. Però oggi accade qualcosa di diverso. I giornalisti sono diventati politici».
È una considerazione alla quale tiene particolarmente. «Questa mattina sono venuto appositamente da Tel Aviv per incontrarvi. Ascoltavo la radio, seguivo i programmi televisivi. E mi dicevo: ma questa non è informazione, è una campagna elettorale permanente. I giornalisti decidono che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. A questo punto potremmo persino evitare di organizzare le elezioni». Ricorda le iniziative legislative presentate contro Israel Hayom, il quotidiano conservatore che ha diretto. «Hanno tentato più volte di colpirlo attraverso il Parlamento. E poi si definiscono democratici».
Ma il problema, secondo lui, è più profondo della polarizzazione dei media. Riguarda il modo in cui gli israeliani hanno cominciato a percepire i propri avversari politici. «La cosa incredibile è che entrambi gli schieramenti credono davvero a tutto quello che dicono. Il campo liberale è convinto che Attila sia tornato in vita, abbia cambiato faccia e oggi si chiami Netanyahu. Per loro sta distruggendo il Paese. La riforma giudiziaria? Dittatura. La nostra proposta sulla leva degli ultraortodossi? Un modo per impedire loro di arruolarsi. Sono sciocchezze, ma loro ci credono».
Anche la destra, però, secondo Bismuth, commette un errore speculare. «Nel nostro campo c’è chi pensa che, se non saremo più al governo, Israele cesserà di esistere. Ma non è vero. Israele è più forte di chiunque occupi queste poltrone. Il popolo ebraico compie da millenni un viaggio lunghissimo, attraversando ostacoli e tragedie. Il 7 ottobre è stato uno di questi ostacoli, uno dei più terribili. Ma Israele resterà».
«Stiamo cambiando il Medio Oriente. A Gaza non vogliamo annessioni, ma sicurezza»
Quando la conversazione si sposta sulla guerra, il presidente della Commissione Esteri e Difesa abbandona le considerazioni sulla politica interna e ricostruisce quella che considera la strategia israeliana per i prossimi anni.
«Dobbiamo avere una prospettiva. Che cosa vogliamo davvero? Stabilità e sicurezza. È quello che volete voi, è quello che voglio io, è quello che vogliono i cittadini israeliani».
Racconta di essere tornato da Washington circa un mese prima e di avere incontrato rappresentanti di Paesi con i quali Israele non intrattiene relazioni diplomatiche. «Credetemi, neppure nei miei sogni avrei immaginato di sedermi con persone di quelle nazionalità e discutere della possibilità che un giorno i loro Paesi entrassero negli accordi di Abramo. E invece è successo».
Per Bismuth la guerra e la diplomazia sono due strumenti di un’unica strategia. «L’obiettivo è eliminare gli estremisti e allargare il più possibile gli accordi di Abramo. Coinvolgere nuovi Paesi. Non è una questione che riguarda soltanto i governi: anche all’interno di uno stesso Stato possiamo trovare persone disposte a collaborare con noi e altre che ci saranno ostili. Pensate alla Siria. È un lavoro lungo, difficilissimo, che non possiamo immaginare di completare in pochi giorni».
Su Gaza fornisce un dato preciso, riferito alla presenza militare israeliana. «Oggi siamo presenti sul 63 per cento del territorio. Qualcuno parla del 70 per cento, ma il dato corretto è il 63. Voglio però essere chiarissimo: non abbiamo alcuna intenzione di annettere territori. Nessuna. Il nostro obiettivo è proteggere i cittadini israeliani. E resteremo lì fino a quando non ci sarà qualcuno capace di garantire quella sicurezza meglio di noi».
In Libano, sostiene, Israele sta operando con un certo grado di accettazione da parte delle autorità libanesi, anche se il rafforzamento dell’esercito di Beirut resta un problema. «Ci sono tre zone pilota, ma la situazione è complicata. L’esercito libanese non è ancora abbastanza forte».
Il discorso si sposta sulla Siria e sulla leadership di Ahmed al-Sharaa, conosciuto in passato come al-Jolani. Bismuth non nasconde la propria diffidenza. «Io appartengo a quelli che pensano che un terrorista non diventi improvvisamente Madre Teresa. Abbiamo già visto qualcosa del genere con Arafat. Questa è la mia opinione e credo che il governo la condivida».
Ancora più netto il giudizio sull’Iran. «Ci siamo assunti la responsabilità di fare il lavoro sporco, insieme ai nostri amici americani. E non soltanto per noi. Anche per voi. Non dimenticate che persino Cipro ha ricevuto missili. Quello che facciamo riguarda la sicurezza del mondo intero».
Eppure Bismuth insiste nel voler collocare la guerra dentro una prospettiva storica più ampia. «Il mese prossimo compirò sessantadue anni. Quando guardo al mondo di cinquant’anni fa, mi sembra di osservare un altro pianeta. Mi piace moltissimo Stefan Zweig, soprattutto Il mondo di ieri. È esattamente la sensazione che provo. Tutto è cambiato, tranne una cosa: il rifiuto di accettare l’esistenza di uno Stato ebraico».
Poi ricorda i progressi che, a suo giudizio, dovrebbero impedire di considerare inevitabile il conflitto. «Quando ero bambino, se qualcuno mi avesse detto che nel novembre del 1977 il presidente egiziano sarebbe arrivato in Israele, avrei risposto che stava sognando. E invece è accaduto. Se mi avessero parlato della normalizzazione dei rapporti con alcuni Paesi arabi, avrei detto che era impossibile. E invece è successo anche questo».
Il futuro, dunque, può riservare sorprese. Ma nei confronti dell’Europa il deputato israeliano esprime una preoccupazione profonda.
«Io amo l’Europa. La considero una parte fondamentale del nostro orizzonte culturale e politico. Le relazioni fra Israele e l’Unione europea sono importantissime. Ma quando guardo a quello che accade nelle vostre strade, quando penso alle nuove generazioni di elettori e alla direzione che stanno prendendo alcuni governi, sono sinceramente preoccupato».
La riflessione diventa personale. «Da ragazzo studiavo a Parigi, anche a Sciences Po. Ricordo tutti quegli studenti che indossavano magliette con il volto di Che Guevara. Io non ho mai amato Che Guevara. Non mi piacciono le persone che uccidono, non mi piacciono i terroristi. Eppure per molti era un eroe. C’erano il maoismo, il marxismo. Persino Lionel Jospin aveva avuto un passato maoista».
Oggi, secondo Bismuth, qualcosa di simile si ripete con la mobilitazione palestinese. «Il nuovo Che Guevara è la bandiera palestinese. Ha preso il posto di quei vecchi simboli. Forse fra cinquant’anni molte persone capiranno che cosa sta succedendo, ma io non voglio aspettare cinquant’anni».
Il punto diventa allora il rapporto fra Israele e i governi europei. Bismuth ricorda anche alcuni colloqui con Emmanuel Macron. «A volte i nostri amici europei pensano che attraverso le concessioni, la comprensione, l’accondiscendenza, le cose possano migliorare. Vorrei avere il privilegio di crederlo anch’io. Ma non funziona così. Bisogna difendere i propri valori, il proprio Paese, la propria società. E, per quanto possa sembrare paradossale, bisogna farlo anche nell’interesse di chi ci contesta».
C’è spazio anche per un riferimento alla politica italiana. Bismuth racconta di incontrare frequentemente Piero Fassino nell’ambito dell’Assemblea parlamentare della NATO, dove guida la delegazione della Knesset. «Lo stimo moltissimo. Non apparteniamo allo stesso schieramento, ma apprezzo i suoi valori. Abbiamo molte cose in comune. Credo che sia arrivato il momento di mostrare maggiormente ciò che ci unisce. I media, invece, preferiscono raccontare ciò che ci divide. Succede dappertutto».
Il tema della sicurezza torna quando si parla della prospettiva di uno Stato palestinese. «Oggi abbiamo smesso di parlare continuamente di pace perché abbiamo capito che non possiamo spingerci troppo avanti con le illusioni. Rischiamo di costruire un mondo immaginario e poi di dover tornare bruscamente alla realtà. A quel punto perdiamo persino il sogno».
Gli obiettivi immediati, ripete, sono stabilità e sicurezza. «Qualcuno crede davvero che, nelle condizioni attuali, uno Stato palestinese contribuirebbe alla sicurezza del Medio Oriente? Io certamente no. E vi assicuro che anche alcuni leader arabi, quando parlano con noi lontano dalle telecamere, esprimono gli stessi dubbi».
È una delle ragioni per cui ritiene determinante la composizione del prossimo governo. «Le pressioni internazionali aumenteranno. Noi siamo pronti a resistere. Non sono convinto che una coalizione costruita dall’altro schieramento sarebbe capace di fare altrettanto. E tre anni dopo il 7 ottobre non possiamo permetterci di correre certi rischi».
«Netanyahu vuole essere ricordato per l’8 ottobre, non soltanto per il 7»
Ma che cosa accadrà davvero nelle urne?
Bismuth non si sbilancia. «Non ho mai visto elezioni nelle quali fossero possibili così tanti scenari. Possiamo vincere nettamente oppure perdere nettamente. Potrebbe esserci un pareggio che alla fine favorisce noi o un pareggio che favorisce gli altri. Potrebbe nascere un nuovo governo di destra oppure una coalizione molto più ampia».
Il problema, osserva, è trovare i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza alla Knesset. Nessuno dei due schieramenti, nella sua valutazione, può considerarli acquisiti. E per l’opposizione il rapporto con i partiti arabi costituisce una difficoltà particolare.
«Voglio fare una distinzione fondamentale. Quando parlo dei partiti arabi non parlo della popolazione araba. Sono due cose completamente diverse. La popolazione araba fa parte di Israele, fa parte di me. Questo è uno Stato ebraico, ma i diritti civili devono essere garantiti al cento per cento a tutte le comunità».
Per spiegare il proprio rapporto con gli arabi israeliani torna alla sua infanzia. «I miei genitori mi mandavano a studiare nelle scuole di Giaffa. Ci sono persone con le quali sono cresciuto e che ancora oggi incontro. In certi ristoranti non riesco neppure a pagare il conto, perché mi conoscono da sempre».
Il suo giudizio sui partiti arabi, invece, è severo. «Secondo me non rappresentano adeguatamente i propri elettori. Invece di parlare di sanità, benessere e problemi concreti, parlano continuamente di Palestina. Ma i cittadini li hanno eletti per risolvere i loro problemi».
Ricorda anche Ra’am, il partito arabo che ha già partecipato a una coalizione di governo. «In Europa lo chiamate moderato. Ma è legato alla Fratellanza musulmana. Questo vi fa capire quanto siano complicate le categorie politiche che utilizziamo».
Quando però la conversazione arriva a Benjamin Netanyahu, il tono cambia. Bismuth vuole condividere una riflessione che presenta come strettamente personale.
«Questa è una cosa che dico a voi, ai giornalisti italiani, e che probabilmente non direi ai media israeliani. È soltanto la mia opinione. Credo che queste elezioni siano decisive per Netanyahu non soltanto politicamente, ma soprattutto sul piano personale e storico».
Per spiegarlo introduce una distinzione destinata a diventare il centro della sua riflessione.
«Il 7 ottobre resterà per sempre nella memoria degli israeliani. Come la mia generazione ricorda la Guerra dei sei giorni o l’operazione di Entebbe. Durante la Guerra dei sei giorni avevo tre anni, ma Entebbe me lo ricordo perfettamente. Che orgoglio! Ebbene, il 7 ottobre sarà per sempre con noi. Una cicatrice che continuerà a sanguinare».
Per Netanyahu, secondo Bismuth, la vera questione è quale immagine di sé lascerà alla storia. «Sarà ricordato per il 7 ottobre oppure per l’8 ottobre? È questa la domanda».
L’8 ottobre, nella sua interpretazione, rappresenta tutto ciò che è accaduto dopo l’attacco di Hamas. «È il giorno della reazione. È il modo in cui Israele ha cominciato a difendersi, a combattere, a rispondere. Netanyahu vuole che la sua eredità sia questa: ho difeso il mio Paese, ho combattuto e ho vinto. Perché noi stiamo vincendo questa guerra. E la stiamo vincendo in maniera importante, perché stiamo cambiando il Medio Oriente».
Bismuth racconta anche un episodio personale legato ai giorni dell’attacco. Ricorda Netanyahu con una camicia nera e una conversazione nella quale il primo ministro avrebbe pronunciato una promessa precisa. «La prima cosa che mi disse riguardava l’esercito, ma quella preferisco tenerla per me. La seconda fu: “Li riporterò tutti a casa. Li riporterò tutti”».
Il riferimento è agli ostaggi. Bismuth rivendica l’impegno del premier per il loro ritorno e considera quella promessa un elemento fondamentale della sua eredità politica.
Ma le elezioni riguardano anche l’identità stessa di Israele. «Io appartengo a un campo politico che mette al centro il carattere ebraico dello Stato. E questo è un punto sul quale esistono differenze profonde».
Per spiegare quanto siano diventate profonde, racconta un episodio avvenuto durante una shiva, la settimana di lutto della tradizione ebraica. «Ero andato a trovare la famiglia di un amico che aveva perso la madre. C’erano due uomini che mi guardavano con una certa distanza. Ho capito subito che non votavano per me. A un certo punto uno si è avvicinato e mi ha detto: “Io non appartengo al tuo schieramento”».
Bismuth ricorda di avergli risposto con insofferenza. «Ma quale schieramento? Siamo israeliani! Sono tre anni che combattiamo insieme. Mia figlia è stata a Gaza e non ha mai visto soldati discutere perché uno votava a destra e l’altro a sinistra. Non possiamo permetterci queste divisioni mentre siamo in guerra».
La discussione era poi scivolata sulla legge per l’arruolamento degli ebrei ultraortodossi, una delle questioni più controverse della politica israeliana.
«Quell’uomo mi accusava di volerli proteggere dal servizio militare. Gli ho chiesto: “Tu pensi davvero che, se domani andaste al governo, riuscireste ad arruolarli tutti?”. Mi ha risposto di sì. Allora gli ho domandato: “E come fareste? Li mettereste in prigione? Non basta consegnare un fucile a qualcuno per trasformarlo in un soldato”».
L’interlocutore, racconta, proponeva di interrompere finanziamenti e sussidi. «Gli ho detto: “Ma tu sai come vivono molte di quelle famiglie? Vieni con me a Gerusalemme, nei loro quartieri. Vedrai persone che devono rinunciare a comprare il pane se costa cinque centesimi in più. Non puoi immaginare che siano tutti ricchi. E soprattutto, secondo me, i bambini non devono pagare per le scelte dei genitori”».
Poi la conversazione aveva assunto una piega che Bismuth considera rivelatrice del clima politico israeliano. «Quell’uomo mi disse che avrebbe voluto vedere più ultraortodossi nei cimiteri militari. Capite a quale livello di ostilità siamo arrivati?».
A quel punto il deputato gli aveva rivolto un’altra domanda: «Tu ti senti più ebreo o più israeliano?».
La risposta, racconta, era stata immediata: «Naturalmente israeliano. E qualche volta ebreo».
«È una risposta che dice molto. Viviamo in un’epoca nella quale l’idea stessa di Stato nazionale è in crisi. E anche l’identità ebraica di Israele viene messa alla prova. È una delle ragioni per cui appartengo allo schieramento conservatore».
Ma torna a ribadire che l’appartenenza politica non dovrebbe compromettere quella nazionale. «Io spero che vinceremo. Lavoreremo duramente per vincere. Ma sono profondamente patriottico e profondamente israeliano. Quindi, chiunque governerà domani, mi auguro che faccia il miglior lavoro possibile per questo Paese».
C’è anche una domanda sugli israeliani che stanno tornando dall’estero per partecipare al voto. Gli aerei sono pieni: è un buon segnale per il Likud?
«Ve lo dirò domani sera», risponde. «Entrambi gli schieramenti sostengono che queste persone voteranno per loro. I liberali andranno all’aeroporto e troveranno qualcuno che dice di votare per Golan, Eisenkot o Bennett. Dall’altra parte qualcuno pubblicherà sui social la testimonianza di una persona tornata appositamente per votare Bibi. Ognuno mostrerà quello che gli conviene».
Bismuth ammette che l’organizzazione della partecipazione elettorale è una variabile importante. Ma introduce anche un tema più delicato: il rischio di interferenze esterne.
«Abbiamo avuto incontri con i responsabili della Commissione elettorale. Sappiamo che alcuni nostri nemici stanno progettando di interferire nelle elezioni. Non sappiamo ancora esattamente in che modo, ma è un rischio che prendiamo molto seriamente. Ricevo ogni mattina informazioni riservate e posso dirvi che la preoccupazione è concreta».
E poi ci sono le organizzazioni non governative, che secondo Bismuth rappresentano una risorsa soprattutto per l’altro schieramento. «Di solito funziona così: la destra ha le persone, la sinistra ha le ONG. E ha anche i soldi. Sono molto organizzati. Devo riconoscerlo».
Verso la conclusione dell’incontro arriva una delle domande politicamente più delicate: la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Dopo le elezioni, Israele riuscirà finalmente a istituire un organismo capace di accertare tutte le responsabilità di quella giornata?
«È un’ottima domanda», risponde Bismuth. «La commissione è necessaria. Assolutamente necessaria. E ci sarà. Non possiamo lasciare le cose come stanno».
Nella sua veste di presidente della Commissione Esteri e Difesa, spiega, ha già avuto accesso a numerose indagini interne. «Abbiamo undici sottocommissioni. Alcune si occupano di questioni estremamente riservate. L’Aeronautica militare ha condotto le proprie indagini e viene a presentarmi i risultati. Lo stesso accade con l’intelligence e con lo Shin Bet. Ho visto documenti che in alcuni casi non sono stati neppure esaminati dal primo ministro».
La ragione, precisa, sta nella distinzione fra potere esecutivo e controllo parlamentare. «Il primo ministro dovrà rispondere un giorno delle proprie decisioni. Lui governa, agisce. Io esercito una funzione di controllo. Per questo vedo determinati documenti».
Bismuth assicura che, quando tutto sarà reso pubblico, gli israeliani scopriranno elementi inattesi. «Ci saranno molte sorprese. Molte. Non posso raccontarvi che cosa contengono quei documenti, naturalmente. Ma posso dirvi anche che cosa non contengono».
Cita un rapporto dell’intelligence esaminato tre settimane prima del 7 ottobre. «Sui giornali è stato scritto che eravamo stati avvertiti di pericoli imminenti. Ma in quel materiale non c’era nulla su Gaza. Nulla. La valutazione era che Hamas fosse stato dissuaso dall’attaccarci. E invece dobbiamo chiederci se, alla fine, non fossimo stati noi a essere dissuasi più di Hamas».
Il vero scontro politico, però, riguarda la composizione della futura commissione d’inchiesta.
«Oggi esiste una grande sfiducia fra le istituzioni israeliane. Potrei chiamarla ostilità, ma preferisco una parola più diplomatica: sospetto. E quando non c’è fiducia reciproca, diventa difficilissimo trovare un accordo».
Bismuth contesta l’ipotesi di una commissione guidata dalla Corte suprema. «Se scegliessimo quel modello, potrei già scrivere oggi su un foglio bianco quali sarebbero le conclusioni. Conosco i fatti e conosco il clima politico. Io voglio che tutto emerga, perché Israele è una democrazia. Ma voglio una commissione equilibrata».
Il modello che propone è quello americano adottato dopo gli attentati dell’11 settembre. «Repubblicani e democratici insieme. Abbiamo preso proprio quel modello. Perché stiamo parlando di una tragedia di dimensioni storiche e abbiamo bisogno di un’inchiesta che appartenga a tutta la nazione».
Per Bismuth questa potrebbe essere anche un’occasione per ricostruire una responsabilità politica condivisa. «Viviamo in un’epoca nella quale nulla è più nazionale. Tutto diventa politico. Tutto diventa scontro. La legge sulla leva degli ultraortodossi, la commissione sul 7 ottobre, qualunque questione. Destra e sinistra, conservatori e liberali: non riusciamo più a fare nulla insieme».
La conclusione torna ai soldati, ai quali il deputato attribuisce una capacità di unità che ritiene assente nella classe dirigente.
«Dovremmo prendere esempio dai nostri straordinari soldati. Da come hanno affrontato questi anni. Sono stati insieme, hanno combattuto insieme, hanno superato le divisioni. La politica dovrebbe fare lo stesso».
E infine una considerazione che sembra riassumere tutta la conversazione, dalla guerra alle elezioni, dalla frattura fra conservatori e liberali al futuro della democrazia israeliana.
«Qualche volta le élite sono migliori del popolo. Ma altre volte è il popolo a essere migliore delle proprie élite. E purtroppo, negli ultimi anni, è proprio questo che abbiamo visto in Israele: il popolo è stato migliore di chi lo rappresenta».
Domani saranno proprio gli israeliani a decidere chi dovrà rappresentarli. E Bismuth, che pure conosce da decenni la politica del suo Paese, non pretende di sapere come finirà.
«Possiamo vincere, possiamo perdere, può accadere qualsiasi cosa. Ma una cosa è certa: queste elezioni decideranno molto più di chi siederà al governo. Decideranno quale Israele vogliamo essere».


