
Una magistrata abituata a decisioni che fanno discutere, ora finita al centro dello scontro tra giustizia e politica. Tiziana Landoni, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, è sotto i riflettori dopo aver deciso di non convalidare il fermo di Youssef Siher, accusato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata. Una decisione che ha scatenato la reazione della destra e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre dal mondo della magistratura arriva una netta presa di posizione in difesa dell’autonomia dei giudici.
Le parole della premier sono state durissime. «Lo dico senza mezzi termini. Considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher», ha dichiarato Meloni, riferendosi all’uomo indicato come gestore della pagina Telegram Movimento 17 ottobre, attraverso la quale, secondo l’accusa, sarebbero state promosse manifestazioni sfociate poi in episodi di devastazione ai danni di diversi esercizi commerciali milanesi. Dichiarazioni che hanno trasformato un provvedimento giudiziario in un caso politico nazionale.

Chi è Tiziana Landoni
In passato giudice a Busto Arsizio, in provincia di Varese, Landoni lavora da circa due anni al settimo piano del Palazzo di giustizia di Milano, dove si occupa di procedimenti delicati. Nel corso della sua attività ha incrociato vicende complesse, dal caso Equalize, relativo a un presunto sistema di dossieraggio illecito, a diversi procedimenti riconducibili al cosiddetto codice rosso, che riguarda la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. La decisione sul fermo di Siher è però quella che, in queste ore, ha acceso maggiormente l’attenzione sulla sua figura.
A rendere ancora più delicato il contesto è anche la presenza del suo nome nell’Appello dei Giuristi per Gaza, sottoscritto nel settembre 2025 da 3.135 magistrati, docenti universitari e avvocati. Landoni compare al numero 766 dell’elenco, insieme ad altri esponenti del mondo giuridico, tra cui la pm Francesca Crupi, che aveva chiesto la convalida del fermo di Siher. Il documento richiama gli obblighi dell’Italia nella tutela dei diritti fondamentali e nella persecuzione dei crimini internazionali, facendo riferimento alla Costituzione, ai trattati internazionali e allo Statuto della Corte penale internazionale.

La magistratura fa quadrato
A difendere la giudice è intervenuta l’Associazione nazionale magistrati (Anm), che ha contestato con fermezza i toni utilizzati nel dibattito politico. «Le decisioni dei magistrati si possono contestare nel merito e impugnare all’interno dei procedimenti», ricorda l’associazione, sottolineando però che la delegittimazione personale dei giudici, anche da parte di chi ricopre le più alte cariche istituzionali, rischia di trasformarsi in una forma di intimidazione. Un richiamo diretto a due principi considerati essenziali per il funzionamento dello Stato di diritto: autonomia e indipendenza della magistratura.
Sulla stessa linea si sono espressi Vincenza Maccora, presidente della sezione Gip-Gup di Milano, e Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano. In una nota congiunta, i due magistrati hanno definito «irricevibili» le dichiarazioni di alcuni esponenti politici, evidenziando quella che considerano una scarsa conoscenza degli strumenti giuridici propri di uno Stato di diritto. Il provvedimento, hanno ricordato, può essere criticato e impugnato attraverso i mezzi previsti dall’ordinamento, ma questo non giustifica gli attacchi personali contro chi esercita la funzione giudiziaria.
Il passaggio più netto della loro presa di posizione riguarda proprio il confine tra critica e delegittimazione: «La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione». Una replica che non entra nel merito delle accuse contestate a Siher, ma riporta il confronto sul terreno delle garanzie istituzionali e delle regole che disciplinano l’attività dei giudici.
L’Appello per Gaza e il dibattito sull’indipendenza dei giudici
La firma di Landoni sull’Appello dei Giuristi per Gaza è diventata un ulteriore elemento di attenzione nella ricostruzione della sua figura pubblica. Nel documento, i firmatari affermano di sentire il dovere di richiamare l’attenzione sulle presunte violazioni sistematiche e protratte del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza. Il testo richiama inoltre gli impegni assunti dall’Italia attraverso la Costituzione, le leggi nazionali e le convenzioni internazionali.
Tra i riferimenti citati compare lo Statuto della Corte penale internazionale, firmato a Roma nel 1998 e ratificato dall’Italia nel 1999. La sottoscrizione dell’appello documenta l’adesione di Landoni a quella iniziativa, ma non costituisce, di per sé, un elemento per valutare la correttezza del provvedimento adottato nel caso Siher. La questione centrale resta infatti la decisione giudiziaria, da esaminare sulla base delle motivazioni e delle norme applicabili, mentre le eventuali contestazioni devono seguire le procedure previste dall’ordinamento.
Il caso Landoni si colloca così all’incrocio tra cronaca giudiziaria, tensione politica e indipendenza della magistratura. Da una parte, le critiche della presidente del Consiglio e di esponenti della destra; dall’altra, la difesa dei vertici giudiziari milanesi e dell’Anm. Al centro, un provvedimento che ha acceso il dibattito pubblico e riportato in primo piano una questione fondamentale per lo Stato di diritto: la possibilità di contestare le decisioni dei magistrati senza trasformare la critica in un attacco alla loro persona o all’autonomia della funzione giudiziaria.


