
La fusione nucleare è ancora lontana da una reale applicazione industriale, ma il dibattito sul suo possibile impatto futuro ha già iniziato a prendere forma concreta. Se e quando questa tecnologia diventerà matura, la domanda non sarà solo come produrre energia, ma anche dove. A provare a rispondere è uno studio accademico che per la prima volta ha tracciato una mappa dettagliata dei territori europei potenzialmente idonei a ospitare le prime centrali a fusione.
La ricerca, intitolata European Site Mapping, è stata pubblicata tra il 2024 e il 2025 dalla Technical University of Munich per conto della green tech tedesca Gauss Fusion. Il risultato è una fotografia sorprendente: circa 900 siti idonei in Europa, selezionati sulla base di criteri infrastrutturali, industriali ed energetici, e ben 196 in Italia, uno dei Paesi con il maggiore potenziale individuato dallo studio.
Dove potrebbero sorgere le centrali in Italia
Secondo l’analisi dell’Università di Monaco, il Nord Italia concentra la parte più rilevante delle aree considerate adatte. In particolare emerge il corridoio industriale tra Torino e Milano, l’asse del Po, l’area di Venezia e la riviera romagnola. Si tratta di territori che presentano una combinazione ritenuta ideale per la futura fusione: industria pesante, reti elettriche robuste e infrastrutture energetiche già esistenti, elementi considerati imprescindibili per impianti di grandi dimensioni.
Al Centro Italia lo studio individua solo alcune zone più isolate, nei dintorni di Grosseto e Roma, mentre al Sud l’attenzione si concentra soprattutto sull’area di Napoli. In totale, i 196 siti italiani collocano il Paese in una posizione di rilievo nel possibile scenario europeo della fusione, almeno sul piano teorico e territoriale.
Ricerca, fissione e il nodo Nimby
Sul fronte scientifico, a inizio 2025 l’Italia è entrata nel Comitato direttivo dell’Ifmif-Dones, il progetto internazionale che studia i materiali destinati ai futuri reattori a fusione. Tra i grandi gruppi energetici italiani è soprattutto Eni a investire in questo settore, con un progetto in corso negli Stati Uniti insieme alla società Cfs. Nonostante ciò, la produzione di energia elettrica tramite fusione resta oggi più una suggestione tecnologica che una prospettiva concreta: secondo gli esperti serviranno ancora alcuni decenni prima di una svolta reale.
Nel frattempo, il nucleare è destinato a tornare al centro del dibattito italiano in forme più immediate. Il governo punta a reintrodurre l’energia atomica nel mix energetico nazionale, passando però prima dalle centrali a fissione. Ancora prima, resta aperta la questione irrisolta del deposito dei rifiuti nucleari, bloccata da anni dalla sindrome Nimby – Not in my backyard, “non nel mio cortile” – e dall’assenza di territori disposti a candidarsi. La mappa della fusione guarda lontano, ma il presente del nucleare italiano resta un nodo politico e sociale tutt’altro che sciolto.


