
Il presidente Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu si sono incontrati in Florida, nel resort di Mar-a-Lago, per un vertice ad alta tensione sul futuro del Medio Oriente. «Abbiamo portato la pace nella regione e penso che continuerà così», ha dichiarato Trump davanti ai giornalisti, rivendicando i risultati della sua politica estera e sottolineando l’intesa con il leader israeliano.
Sul tavolo del confronto c’erano cinque dossier principali, a partire dal disarmo di Hamas, indicato da Trump come priorità assoluta. «Hamas dovrà disarmare in fretta», ha tagliato corto il presidente americano, ribadendo la linea dura contro il gruppo palestinese e confermando il pieno sostegno a Israele nelle operazioni di sicurezza.
Il secondo grande tema è stato il pericolo iraniano. Trump ha affermato che Teheran «vorrebbe fare un accordo», come prima della cosiddetta Guerra dei 12 giorni, ma ha lanciato un avvertimento netto. Se l’Iran dovesse proseguire con il programma missilistico, gli Stati Uniti «aiuteranno Israele a colpire». Ancora più dura la posizione sul nucleare: «Se ci riproveranno, lo faremo immediatamente e le conseguenze saranno peggiori della volta scorsa».

Nessuna apertura, invece, sull’ipotesi di un cambio di regime in Iran. Trump ha descritto un Paese attraversato dal malcontento popolare, ma governato da leader definiti «malvagi». «La gente è scontenta, ma loro sparano su ogni corteo», ha detto, liquidando il tema senza ulteriori approfondimenti diplomatici.
Spazio poi alla Fase 2 a Gaza. Secondo Trump, la ricostruzione della Striscia «comincerà presto», a partire dal settore sanitario. Il presidente ha elogiato Israele per aver «rispettato la tregua» e gli accordi presi, pur ammettendo che «Gaza è un posto complicato» e segnato dal caos dopo mesi di conflitto.
Un momento di gelo si è registrato quando Trump ha indicato la Turchia come possibile attore utile alla stabilizzazione di Gaza. Netanyahu è rimasto impassibile, tradendo la sua diffidenza verso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, limitandosi a uno sguardo freddo senza commenti ufficiali.

Tra i temi affrontati anche il processo a Netanyahu. Trump ha assicurato che il presidente israeliano Isaac Herzog starebbe valutando una richiesta di grazia, definendo Netanyahu «un fantastico premier di guerra» e «un eroe». Una ricostruzione però subito smentita dallo stesso interessato, creando imbarazzo nel corso dell’incontro.
Immancabile l’autocelebrazione di Trump sul tema degli ostaggi. «Biden non è riuscito a liberarne nemmeno uno, noi sì», ha dichiarato, chiedendo a Netanyahu il numero esatto. «Duecentocinquantacinque, ne manca uno», ha risposto il premier, senza ricordare che circa cento erano stati liberati grazie a una tregua negoziata dalla precedente amministrazione Usa. A Mar-a-Lago era presente anche la famiglia dell’ultimo ostaggio ancora a Gaza.
Infine, lo sguardo si è allargato a Siria, Hezbollah, Libano e perfino Venezuela, con Trump che ha parlato di raid contro il narcotraffico. Dietro l’apparente sintonia tra Trump e Netanyahu emergono però strategie divergenti: la Casa Bianca guarda agli affari con l’Arabia Saudita, mentre Israele punta a consolidare la propria supremazia regionale. Il Medio Oriente, ancora una volta, resta in attesa.


