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Roberto Saviano: “Oppresso dalla solitudine, mi manca l’amore e ho sprecato la vita”

Pubblicato: 02/01/2026 16:01

«Ho pensato al suicidio, a volte vorrei sparire». È una confessione durissima quella di Roberto Saviano, al centro di una lunga intervista di Aldo Cazzullo, pubblicata il 4 maggio e tra le più lette del 2025. Lo scrittore racconta senza filtri il peso di una vita vissuta sotto scorta, la sensazione di aver sbagliato tutto, la solitudine, il senso di colpa verso la famiglia e l’impossibilità di vivere relazioni affettive libere.

I funerali del Papa e il tema dei migranti

Saviano spiega la sua presenza ai funerali di Papa Francesco, ricordando anche quelli di Giovanni Paolo II, seguiti da giovane cronista. Con Bergoglio, racconta, c’è stata una vicinanza sui temi dell’immigrazione e della difesa dei migranti in mare. Pur definendosi un ateo convinto, Saviano rivendica una profonda attrazione per la spiritualità e per i testi sacri, che nei momenti più difficili gli hanno offerto comprensione dell’animo umano, più che consolazione.

«Ho la sensazione di aver sprecato la mia vita»

Il momento di maggiore crisi arriva ai funerali della zia Silvana, figura materna per lui. Una cerimonia intima, quasi deserta, che riapre una ferita mai rimarginata: lo sradicamento della famiglia, costretta a lasciare la Campania dopo l’uscita di Gomorra. «La mia scelta l’hanno pagata altri», ammette, parlando di un senso di colpa persistente e del prezzo umano della sua battaglia pubblica.

Da scrittore a simbolo

Saviano riflette sulla trasformazione della sua figura pubblica: non più solo scrittore, ma simbolo permanente. Una condizione che, spiega, impedisce di sbagliare, contraddirsi, vivere. «La cosa peggiore che possa succedere a uno scrittore è diventare un simbolo», dice, perché il simbolo è immobile, sotto osservazione continua, incapace di evolvere.

Una vita vissuta come una reclusione

Protetto dalla scorta dal 2006, Saviano descrive la sua quotidianità come una forma di ergastolo senza fine certa. Ogni spostamento è controllato, ogni relazione è condizionata. Anche gesti semplici, come uscire o innamorarsi, diventano impossibili. «La visibilità è la fine di ogni gesto intimo», racconta, spiegando come la sua esistenza sia ormai segnata da una clausura forzata.

L’amore negato e la solitudine

È proprio l’amore ciò che Saviano dice di rimpiangere di più. Le relazioni, amichevoli e sentimentali, vengono sabotate dalla sua condizione, non per scelta degli altri, ma per l’impossibilità di condividere una vita normale. «Nessun sentimento sopravvive alla gabbia», afferma, descrivendo una solitudine che non è solo fisica, ma emotiva.

Processi, attacchi e isolamento

Saviano ripercorre anche gli scontri giudiziari con esponenti politici di primo piano e il clima di attacco costante che lo circonda. Racconta come oggi, diversamente dal passato, colpire uno scrittore non generi più automaticamente attenzione o protezione pubblica. Anzi, spesso produce solo isolamento e delegittimazione.

Le crisi di panico e il pensiero del suicidio

Uno dei passaggi più drammatici riguarda le crisi di panico e i pensieri suicidari. Saviano racconta di aver pensato più volte di «chiuderla qui», arrivando vicino a una decisione irreversibile. A fermarlo è stata una reazione fisica, un crollo improvviso, che gli ha fatto capire che quella non poteva essere la soluzione. Ma il pensiero, ammette, torna ciclicamente.

Il nuovo libro e l’utopia dell’amore

Il libro L’amore mio non muore nasce dalla storia vera di Rossella Casini, scomparsa nel 1981 dopo essersi innamorata del figlio di un boss della ’ndrangheta. Per Saviano è un romanzo d’amore radicale, che racconta un sentimento capace di sfidare le regole del potere. «L’amore è sempre dissidente», afferma, rivendicando il diritto di raccontare anche le zone d’ombra, per provare a trasformarle.

«Vorrei un’altra vita»

Nel finale dell’intervista emerge un desiderio ricorrente: sparire, cambiare identità, vivere altrove. Non per fuggire dalle proprie responsabilità, ma per smettere di essere solo un bersaglio. «Trasformare qualcuno in simbolo a vita significa condannarlo a deludere», conclude Saviano. Una condizione che, oggi, sente come la vera prigione da cui non riesce a uscire.

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