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Bagno di sangue in Iran, il regime spara sulla folla. Trump: “Pronti ad intervenire”

Pubblicato: 10/01/2026 15:39

L’Iran sta attraversando una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, con un’ondata di proteste che sta scuotendo le fondamenta della Repubblica islamica. Le notizie che filtrano attraverso le maglie della censura e i blocchi tecnologici descrivono un panorama di guerriglia urbana e repressione violenta. La notte di Teheran e di altre grandi città come Mashhad e Tabriz è illuminata dai bagliori degli scontri e segnata dal fragore delle armi da fuoco. Le testimonianze dei civili, spesso trasmesse in modo frammentario grazie a connessioni di emergenza, parlano di strade trasformate in veri e propri mattatoi, dove il sangue dei manifestanti segna il suolo dopo cariche brutali delle forze di sicurezza. Il governo ha risposto con una chiusura totale, isolando il Paese dal resto del mondo attraverso il blackout di internet e la sospensione delle linee telefoniche, rendendo quasi impossibile il coordinamento delle proteste e la verifica indipendente del numero delle vittime.

La risposta del potere centrale

Di fronte a una sollevazione di tale portata, la Guida suprema Ali Khamenei ha scelto la linea della massima fermezza, rifiutando ogni forma di dialogo con chi contesta il sistema. In un discorso trasmesso a reti unificate, il leader ha etichettato i manifestanti come sabotatori e mercenari al soldo di potenze straniere, negando la natura spontanea e popolare della protesta. Per il vertice teocratico, chi scende in strada non è un cittadino che reclama diritti, ma un criminale che agisce per compiacere nemici esterni, in particolare gli Stati Uniti. Questa narrazione serve a giustificare l’uso della forza estrema, inquadrando la repressione come una necessaria operazione di difesa nazionale contro l’eversione. La Guida suprema ha ribadito che lo Stato non cederà di un passo, confermando una strategia di nessuna clemenza che mira a soffocare il dissenso attraverso il terrore e la forza militare.

Un bilancio di sangue in crescita

Le organizzazioni non governative e le agenzie per i diritti umani stanno tentando faticosamente di documentare l’entità del massacro in corso. Secondo i dati raccolti, il numero dei morti è già salito a 65 persone, ma si teme che la cifra reale sia molto più alta a causa dell’isolamento informativo in cui versano molte province periferiche. Le zone più colpite non sono solo i grandi centri urbani, ma anche regioni storicamente difficili come il Sistan e Baluchistan, dove a Zahedan la polizia ha aperto il fuoco direttamente sulla folla. Gli arresti hanno superato quota duemila, coinvolgendo non solo chi partecipa attivamente agli scontri, ma anche figure che potrebbero rappresentare un riferimento morale o politico per i manifestanti. La diffusione di video che mostrano corpi senza vita abbandonati per strada testimonia la ferocia di un apparato di sicurezza che non esita a usare munizioni letali contro la popolazione civile disarmata.

Il rischio della pena capitale

Un ulteriore elemento di gravità è rappresentato dalle minacce legali che arrivano direttamente dalle procure iraniane. Il procuratore di Teheran ha lanciato un monito ufficiale, dichiarando che per i manifestanti coinvolti in atti di violenza o distruzione di proprietà pubbliche è prevista la pena di morte. Questa minaccia di esecuzioni di massa serve come deterrente estremo per svuotare le piazze, ma rischia di esasperare ulteriormente la rabbia di chi sente di non avere più nulla da perdere. Le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per questa deriva, con l’alto commissario Volker Türk che invoca indagini indipendenti. Anche figure di spicco come il premio Nobel Shirin Ebadi hanno lanciato allarmi disperati, temendo che dietro il silenzio imposto dal blackout si stia consumando un eccidio sistematico privo di testimoni oculari che possano riferire alla comunità internazionale.

Trump incoraggia i manifestanti: “Siamo pronti ad aiutarvi”

Sequestrare le petroliere iraniane, come già avvenuto in passato con quelle venezuelane o russe, potrebbe essere il primo passo. È il suggerimento arrivato dalla pagina degli editoriali del Wall Street Journal al presidente Donald Trump, mentre Washington alza il livello della minaccia nei confronti del regime degli ayatollah, nel caso in cui le proteste in corso in Iran vengano represse con la violenza.

Secondo il quotidiano statunitense, colpire l’industria energetica iraniana non richiederebbe un intervento militare massiccio e avrebbe costi relativamente contenuti, al netto degli effetti sui mercati internazionali del petrolio. Una strategia che, nelle valutazioni degli analisti, potrebbe infliggere un colpo potenzialmente fatale alla Repubblica islamica.

L’ultimo esponente dell’amministrazione a intervenire è stato il segretario di Stato Marco Rubio, che sta emergendo come la figura più interventista del governo, in contrasto con la prudenza mostrata dal vicepresidente JD Vance. «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano», ha scritto Rubio su X, ribadendo l’appoggio di Washington alle manifestazioni contro il regime. Il messaggio si inserisce in una serie di dichiarazioni sempre più esplicite arrivate direttamente dal presidente Trump.

Gli avvertimenti di Trump agli ayatollah

Venerdì scorso, durante un incontro con imprenditori del settore petrolifero sollecitati a investire in Venezuela, Trump ha fatto riferimento anche alla situazione iraniana. «L’Iran ha grossi problemi – ha dichiarato –. Il popolo sta prendendo il controllo di alcune città, cosa impensabile solo poche settimane fa. Stiamo seguendo la situazione molto da vicino».

Poi l’avvertimento più netto agli ayatollah: «Fareste meglio a non cominciare a sparare, perché altrimenti spareremo anche noi». Il presidente ha precisato che non si tratterebbe di inviare truppe sul terreno, ma di colpire duramente obiettivi sensibili del regime: «Se inizieranno a uccidere persone come in passato, interverremo».
Il messaggio è stato ribadito anche su Truth, dove Trump ha scritto che «l’Iran sta guardando alla libertà come forse non ha mai fatto prima» e che gli Stati Uniti «sono pronti ad aiutare».

Il nodo politico e l’ipotesi Pahlavi: le opzioni sul tavolo di Washington

Trump ha chiarito di non avere, almeno per ora, intenzione di incontrare Reza Pahlavi, principe ereditario in esilio e figura sempre più visibile nel sostegno alle proteste. Come già fatto in passato in altri contesti, il presidente ha spiegato di voler prima osservare l’evoluzione delle manifestazioni e capire chi emergerà come possibile leadership alternativa, prima di prendere una posizione ufficiale.

Resta aperto l’interrogativo su come Trump potrebbe mantenere le sue minacce nel caso di una repressione violenta. A giugno, gli Stati Uniti avevano già colpito duramente il programma nucleare iraniano, anche se l’efficacia dell’operazione era stata oggetto di dibattito.

A dicembre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si era recato a Mar-a-Lago per sollecitare una nuova offensiva americana, questa volta mirata alle capacità missilistiche di Teheran. Trump non ha escluso nuovi attacchi, ma li ha subordinati a una ripresa delle attività atomiche.
Secondo il Wall Street Journal, un’altra opzione allo studio sarebbe un attacco aereo su larga scala contro obiettivi militari iraniani. Una mossa che segnerebbe un’ulteriore escalation, mentre la crisi interna all’Iran e le tensioni internazionali continuano a crescere.

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Ultimo Aggiornamento: 10/01/2026 21:28

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