Ci sono storie che non finiscono davvero mai: restano lì, sospese, come un rumore di fondo che torna appena si riaccende una luce. Il caso di Garlasco è una di queste. E oggi, a distanza di anni, una voce interna al processo riapre il sipario con parole nette e pesanti.
A parlare non è un avvocato né un opinionista: è Stefano Vitelli, il magistrato che in primo grado assolse Alberto Stasi, poi condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. In un’intervista rilasciata a La Stampa, in occasione dell’uscita del libro Il ragionevole dubbio di Garlasco (Piemme), Vitelli ribadisce una convinzione che non ha mai abbandonato: Stasi è innocente.
Un ritorno che fa rumore: il “ragionevole dubbio” al centro
Vitelli chiarisce di non voler mettere in discussione il giudicato formale, ma di voler riflettere sul metodo e sulle criticità emerse durante il processo. Il punto di partenza, per lui, è uno dei pilastri del diritto penale: il ragionevole dubbio.
E, nella sua lettura, quel dubbio non era una crepa marginale: era qualcosa che attraversava l’intero impianto accusatorio, insinuandosi tra ricostruzioni, tempi, dettagli e prove discusse. Una zona grigia che, invece di restringersi, avrebbe continuato ad allargarsi durante il dibattimento.
L’alibi informatico e la perizia decisiva
Uno dei passaggi chiave riguarda l’alibi informatico di Stasi. Secondo Vitelli, una parte dei dubbi sarebbe nata dalla gestione dei dati del computer dell’imputato: Stasi aveva dichiarato di aver lavorato alla tesi quella mattina, ma non riusciva a dimostrare con precisione gli accessi al pc, anche a causa di procedure scorrette che avrebbero compromesso i dati informatici.
La difesa sollevò l’eccezione di inutilizzabilità e il giudice decise di disporre una perizia tecnica. Il risultato, spiega Vitelli, fu chiaro: Stasi aveva lavorato alla tesi con continuità, impegno e in modo sostanziale, sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo.
Tempi stretti e scenari poco plausibili
Per Vitelli, questo dato pesa più di quanto sembri: se l’omicidio fosse avvenuto nelle prime ore della mattina, Stasi avrebbe dovuto rientrare a casa in fretta e rimettersi immediatamente a lavorare. Uno scenario che, nella sua ricostruzione, diventa poco plausibile proprio alla luce della perizia.
È qui che la cronaca si trasforma in un puzzle: non basta un tassello “incriminante” se gli altri non si incastrano. E, in quella fase, la sensazione del magistrato era che i contorni restassero sfocati, come una fotografia scattata di corsa.
La bicicletta e la testimonianza della vicina
Altro nodo: la testimonianza di una vicina di casa, che riferì di aver visto una bicicletta da donna davanti al muro dell’abitazione. Un dettaglio che, secondo Vitelli, non coincideva con la bicicletta di Stasi e che la testimone dichiarò con convinzione, pur non conoscendo l’imputato.
Il giudice sottolinea come questo elemento sia stato uno dei segnali di incoerenza emersi durante il dibattimento. Dalla bicicletta ai tempi, dalle tracce agli spostamenti, troppe cose — a suo avviso — non tornavano. E più il processo avanzava, più i dubbi aumentavano, anziché ridursi.
Il rischio di una condanna costruita su un’idea iniziale
Vitelli affronta anche un tema delicatissimo: il rischio che su Stasi si sia costruita fin dall’inizio un’idea di colpevolezza poi confermata a posteriori. Alla domanda se sia possibile che si sia partiti da un pregiudizio, risponde senza esitazioni: “È possibile”.
Per il magistrato, il ragionevole dubbio non rappresenta una sconfitta dello Stato, ma una sua vittoria. La verità assoluta, afferma, non esiste nel processo penale, e assolvere in presenza di dubbi è un atto di giustizia, non di debolezza.
I dubbi su Sempio e l’ipotesi dell’incidente domestico
Nel corso dell’intervista, Vitelli fa riferimento anche a Andrea Sempio, soffermandosi sull’alibi dello scontrino, definito “strano”, pur precisando che la pubblica accusa non aveva indagato su di lui. Un elemento che, secondo il giudice, avrebbe meritato maggiore approfondimento.
Vitelli rivela inoltre che, nelle prime fasi, i carabinieri ipotizzarono un incidente domestico, prima che l’indagine prendesse una direzione diversa. Un dettaglio che, nella sua lettura, evidenzia un’evoluzione incerta e non lineare delle indagini.
Le riflessioni finali nel libro: impronte, telefonate e tracce
Nel libro, Vitelli analizza numerosi elementi del caso: dalla telefonata ritenuta fredda di Stasi, che potrebbe invece essere la reazione soggettiva a un trauma, fino alla mancanza di tracce nella casa, comportamento che può apparire anomalo ma non unico, come dimostrato anche da chi entrò per primo sulla scena.
Si sofferma sull’impronta sul dispenser del bagno, che potrebbe non appartenere all’assassino ma essere stata lasciata la sera precedente, e sul tema della pornografia, elemento che poteva suggerire un movente ma che, dopo un’analisi non pregiudiziale, non risultava decisivo.
Infine, Vitelli ribadisce un concetto chiave: pensare che quella mattina in casa Poggi possa essere entrata una persona diversa dal fidanzato non è fantasia, ma un’ipotesi che, secondo lui, non può essere esclusa.
Cosa resta adesso: un caso che continua a far discutere
La posizione di Vitelli non cambia la sentenza definitiva, ma riporta l’attenzione sul “come” si arriva a una decisione: tra prove tecniche, testimonianze, ricostruzioni e quel margine invisibile in cui si annida il dubbio.
E mentre il pubblico torna a parlarne, tra libro, interviste e memoria collettiva, una cosa appare certa: il nome di Garlasco continua a evocare domande. E, per molti, la sensazione che non tutte abbiano ancora trovato una risposta definitiva.


