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Morte Manuela Murgia, nuove prove sul caso dopo 30 anni: “Non fu suicidio ma omicidio”

Pubblicato: 05/02/2026 08:12

Il caso di Manuela Murgia rappresenta uno dei gialli più intricati e dolorosi della cronaca sarda, una vicenda che a distanza di decenni continua a scuotere l’opinione pubblica e a chiedere giustizia. La giovane sedicenne venne ritrovata senza vita il 5 febbraio 1995 nel canyon della necropoli di Tuvixeddu, a Cagliari. Sebbene nell’immediato le autorità avessero archiviato il decesso come un tragico gesto volontario, la determinazione della famiglia ha permesso di riaprire il fascicolo il 30 marzo dello scorso anno. Oggi, i nuovi rilievi tecnici effettuati dal Ris di Cagliari e le analisi dei consulenti di parte stanno delineando uno scenario radicalmente diverso da quello del suicidio, portando alla luce prove che suggeriscono una dinamica violenta e un successivo occultamento del cadavere.

Una ricostruzione alternativa alla caduta

Secondo il team legale che assiste i familiari della vittima, composto dagli avvocati Giulia Lai, Bachisio Mele e Maria F. Marras, Manuela non si sarebbe mai lanciata nel vuoto. La tesi sostenuta con forza è quella di un omicidio stradale o di un’aggressione seguita dal trasporto del corpo nel luogo del ritrovamento. Gli esperti evidenziano come la posizione dei resti e le condizioni degli indumenti non coincidano con una precipitazione dall’alto. In particolare, la mancanza delle fratture ossee tipiche che si riscontrano in seguito a un impatto da grande altezza rappresenta un punto di rottura fondamentale con la versione ufficiale del 1995. Il medico legale Roberto Demontis ha confermato che i traumi riportati dalla ragazza sono più compatibili con un investimento o con un’azione meccanica violenta avvenuta sul piano stradale piuttosto che con i segni lasciati da un volo nel canyon.

Il mistero delle tracce gommose e vegetali

Un elemento di estremo interesse emerso dalle recenti analisi del Ris riguarda il ritrovamento di un micro-frammento gommoso sugli abiti della giovane. Questo reperto presenta un’alta concentrazione di nerofumo ed è stato identificato come materiale compatibile con gli pneumatici in commercio durante gli anni novanta. La presenza di tale residuo sui vestiti di Manuela suggerisce un contatto diretto e violento con un veicolo in movimento, rafforzando l’ipotesi dell’investimento. A questo si aggiunge il rinvenimento di un frammento vegetale incastrato nelle fibre del maglioncino che non appartiene alla flora presente nella verticale del punto di caduta, né a quella dell’epoca né a quella attuale. Questa discrepanza botanica indica chiaramente che il corpo della sedicenne è transitato in un luogo diverso prima di finire nella necropoli di Tuvixeddu.

La cintura spezzata e i segni di lotta

Un altro reperto centrale nel nuovo corso delle indagini è la cintura indossata dalla vittima, ritrovata priva della fibbia e visibilmente danneggiata. Gli avvocati spiegano che la modalità di rottura di questo accessorio è indicativa di una trazione violenta esercitata da una terza persona. Non si tratterebbe di un danno da impatto, ma del risultato di un tentativo di trattenere la ragazza con la forza. Questa interpretazione si sposa perfettamente con l’individuazione di materiale genetico in punti strategici degli abiti. Le tracce biologiche sono state isolate all’altezza dei polsi, delle caviglie e sul bavero del giubbotto, zone che normalmente vengono afferrate durante una colluttazione o quando un corpo viene trascinato e sollevato da più soggetti.

Il profilo del Dna e i nuovi sospetti

Nonostante gli esami abbiano scagionato Enrico Astero, l’ex fidanzato che era finito nel registro degli indagati, il caso è tutt’altro che chiuso. Sebbene il Dna dell’uomo non corrisponda a quello rinvenuto sui reperti, i carabinieri del Ris hanno isolato numerosi profili genetici sia maschili che femminili che ancora attendono una comparazione. La presenza di così tante tracce diverse sugli abiti di Manuela conferma, secondo la difesa, che il cadavere è stato manipolato e trasportato. La famiglia chiede ora con urgenza che questi profili vengano confrontati con quelli di altri soggetti legati alla cerchia di conoscenze della vittima o a persone che frequentavano la zona all’epoca. La palla passa ora al pubblico ministero Guido Pani, che dovrà valutare se procedere con nuovi accertamenti tecnici per dare finalmente un nome a chi era presente quella notte a Tuvixeddu.

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Ultimo Aggiornamento: 05/02/2026 08:28

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