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Vannacci, lo sfogo di Fini: “Io traditore come lui? Assurdo, Salvini parla senza sapere. Loro due spregiudicati”

Pubblicato: 05/02/2026 09:11

Gianfranco Fini torna a intervenire nel dibattito politico dopo le parole di Matteo Salvini, che ha definito il generale Roberto Vannacci «un traditore come Fini». Un’accusa che l’ex presidente della Camera respinge con decisione, ricostruendo il proprio percorso politico e smontando il paragone. Lo fa in una intervista al Corriere della Sera, nella quale ripercorre oltre quarant’anni di vita pubblica e chiarisce la natura della rottura con Silvio Berlusconi, distinguendola nettamente dallo scontro interno oggi esploso nella Lega.
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«Il paragone non sta in piedi»

Fini liquida l’uscita del leader leghista come l’ennesima semplificazione. «La cifra della comunicazione di Salvini è sempre stata la superficialità», afferma, sottolineando come il confronto tra la sua storia e quella di Vannacci sia privo di fondamento. «Il paragone tra me e Vannacci non sta minimamente in piedi».

L’ex leader di Alleanza Nazionale ricorda di non aver mai abbandonato il Popolo della Libertà per scelta personale. «Io non me ne sono andato dal Pdl che avevo contribuito a fondare», spiega, precisando che la rottura arrivò dall’alto. Fu Berlusconi, racconta, a dichiararlo incompatibile con il ruolo istituzionale che ricopriva, chiedendogli di dimettersi se avesse voluto continuare a esprimere opinioni autonome.

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La rottura con Berlusconi e la fine di un’alleanza

Il celebre scambio — «che fai, mi cacci?» — segna uno spartiacque. Pochi giorni dopo arriva quello che Fini definisce un vero e proprio licenziamento politico. «Ebbe fine in modo traumatico uno stretto rapporto politico e personale di quindici anni», ricorda, un rapporto che aveva portato due volte Berlusconi a Palazzo Chigi e An al governo.

Per Fini non si trattò mai di un tradimento. «Non ci furono né traditi né traditori, fu l’epilogo di una frattura politica», chiarisce, rivendicando la coerenza di una separazione maturata nel tempo e diventata inevitabile.

Salvini e Vannacci, una convergenza senza strategia

Ben diversa, secondo Fini, è la vicenda che coinvolge oggi Salvini e Vannacci. «Nulla di minimamente comparabile alla mia storia», afferma. A suo giudizio si è trattato di una convergenza rapida e opportunistica, priva di una visione politica strutturata. Salvini avrebbe candidato il generale pensando a un vantaggio immediato, mentre Vannacci avrebbe colto l’occasione come un passaggio utile alla propria carriera. «Un comodo taxi targato Lega a costo zero», lo definisce.

Il risultato, secondo Fini, è stato un errore evidente. «Dopo pochi mesi Salvini si è reso conto del clamoroso errore commesso», osserva, ricordando la nomina a vicesegretario arrivata prima ancora dell’iscrizione formale al partito.

Il futuro politico e i limiti di Vannacci

Alla domanda su un possibile futuro politico del generale, Fini mostra scetticismo. «Il suo cinismo lo esclude a priori», dice a proposito di un’eventuale rinuncia al seggio europeo. E aggiunge di avere dubbi sulla capacità di Vannacci di trasformare la visibilità in consenso duraturo. «Personalmente ho molti dubbi», afferma.

Secondo Fini, il nodo sarà il posizionamento politico: tra aperture al centrodestra e toni da destra radicale antisistema. Una linea che rischia di essere contraddittoria, soprattutto su temi come politica internazionale, immigrazione e diritti civili. «Non potrà continuare a stare con Putin, a parlare di remigrazione, a negare la parità di genere».

Nessuna sottovalutazione, ma una risposta politica

Fini esclude che Vannacci possa rappresentare un pericolo imminente per il centrodestra, ma invita a non sottovalutare il fenomeno. Le proposte sovraniste e ipernazionaliste, avverte, hanno già mostrato i loro limiti nello scenario globale. La risposta, conclude, deve essere politica e culturale: «Solo stando in un’Europa meno burocratica e più unita, con sovranità condivisa, potremo essere davvero “padroni a casa nostra”».

Un messaggio che chiude l’intervista e che, ancora una volta, riporta Gianfranco Fini al centro di un confronto che va oltre le polemiche personali, chiamando in causa identità, responsabilità e futuro della destra italiana.

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