
È stata una serata intensa e carica di dolore quella andata in onda a Dritto e Rovescio nella puntata di giovedì 5 febbraio. Ospiti in studio Simonetta e Giuseppe, genitori di Paolo Mendico, il ragazzo di 14 anni che si è tolto la vita lo scorso settembre a Latina dopo essere stato vittima di ripetuti episodi di bullismo.
Il padre non nasconde la rabbia: «Per me dovevano essere licenziati tutti. Nessuno dice quanti ragazzi sono stati bullizzati in quella scuola. Anche quattordici giorni dopo la morte di mio figlio è successo ancora». Parole che puntano il dito contro un sistema scolastico incapace, secondo la famiglia, di intervenire in modo efficace.
«Tutti si erano accorti che Paolo era isolato», racconta la madre. «Ma si giravano dall’altra parte». Un isolamento che, secondo i genitori, era sotto gli occhi di adulti e compagni, senza che nessuno decidesse di fermarsi e intervenire davvero.

Eppure Paolo era un ragazzo pieno di interessi. Amava la musica, la pesca, la scoperta. «Era uno che aveva voglia di conoscere», racconta il padre. «Siamo partiti da una canna da pesca e siamo arrivati ad averne una trentina». Un ragazzo attivo, curioso, lontano dallo stereotipo della fragilità invisibile.
«Ma nessuno legava con Paolo», spiega la madre. Il motivo, secondo lei, non era il disagio ma una distanza culturale e sociale: «Erano due mondi diversi». Una diversità che, anziché essere accolta, si è trasformata in esclusione sistematica.
Un elemento inquietante emerge dal racconto dei genitori: alcuni genitori dei compagni di classe avrebbero confidato di avere paura di parlare. «Ci hanno detto che i telefoni sono stati sequestrati e che tutto è nelle chat. La verità uscirà fuori». Un dettaglio che apre nuovi scenari sul fronte delle indagini.

Il padre racconta anche un episodio emblematico del clima scolastico. A fronte di comportamenti scorretti di alcuni studenti, un insegnante avrebbe deciso per una punizione collettiva. «Ho detto chiaramente alla vicepreside che non doveva pagare mio figlio, ma chi aveva sbagliato», spiega Giuseppe, denunciando un sistema che finisce per colpire le vittime invece di proteggerle.
Il dolore resta quotidiano e senza tregua. «Più vado avanti e più sto peggio», confessa Simonetta. Ha iniziato un percorso di psicoterapia, ma la ferita resta aperta. «In quel momento mi aiutano, ma poi il vuoto torna», racconta con voce spezzata.
A fine puntata anche il conduttore Paolo Del Debbio ammette di essere stato travolto emotivamente: «Ho una rabbia dentro che spaccherei tutto». La storia di Paolo Mendico diventa così il simbolo di un fallimento collettivo. Un appello finale a non restare in silenzio davanti ai segnali di sofferenza: perché ignorare un grido d’aiuto, conclude Del Debbio, significa non fare il proprio dovere.


