La Svezia da anni si trova a dover fare i conti con una situazione anomala rispetto agli altri Paesi scandinavi, diventati nel tempo un punto di riferimento per una gestione alternativa dei flussi migratori. Se da una parte il “modello scandinavo” ha saputo far fronte alla crisi migratoria grazie alla solidità strutturale del welfare, la Svezia, nei tempi più recenti, ha visto il proprio Stato sociale indebolirsi progressivamente.
Sin dagli anni Cinquanta la Svezia ha implementato politiche di accoglienza per attrarre lavoratori stranieri ed è stata in prima linea durante la crisi migratoria del 2015. Questa apertura all’immigrazione ha fatto sì che il Paese registrasse uno dei più alti tassi di naturalizzazione nell’Unione Europea e che circa il 20% della popolazione totale fosse nato all’estero.
Stoccolma non impose alcuna restrizione a questo fenomeno e, fino agli anni Settanta, non considerò mai necessaria una stretta legislativa o politica sulla questione. Il motivo era semplice: la grande maggioranza dei flussi migratori proveniva da Paesi confinanti o comunque vicini e, per questo motivo, lo Stato diede per scontato che le persone immigrate, culturalmente simili, si sarebbero integrate facilmente.
Negli anni successivi, però, soprattutto a partire dagli anni Settanta, i flussi migratori cambiarono natura e interessarono aree come l’America del Sud, il Medio Oriente e la ex Jugoslavia. A fronte di questi mutamenti, lo Stato divenne più centrale e seguì la linea di condotta del “modello scandinavo”, investendo in programmi di integrazione basati sull’insegnamento della lingua e sulla formazione professionale. Le difficoltà pratiche erano già visibili, ma gli effetti positivi osservati in altri Paesi del Nord convinsero i governi a proseguire su quella stessa direzione, proponendo all’Europa un modello di integrazione fondato sul mutuo adattamento tra le minoranze e la popolazione svedese.

IL WELFARE RIMANE IL CARDINE DELL’INTEGRAZIONE
I primi dubbi sull’effettiva praticabilità del “modello scandinavo” in Svezia iniziarono a emergere in modo più consistente dagli anni Novanta, quando la migrazione iniziò a differenziarsi profondamente rispetto ai flussi degli anni Cinquanta. Verso la fine del XX secolo arrivarono rifugiati dall’ex Jugoslavia, dall’Iraq e dalla Somalia.
In quegli anni, tuttavia, il contesto economico relativamente favorevole riuscì a colmare quel divario sociale e culturale che, nei decenni successivi, avrebbe invece messo in crisi il sistema svedese. Le politiche di accoglienza, nonostante le prime crepe, non vennero abbandonate. Il mercato del lavoro era sufficientemente flessibile, il welfare svedese restava solido e gli investimenti nelle politiche di integrazione erano consistenti.
Tali convinzioni guidarono la politica interna e si rifletterono anche nel discorso del 2014 dell’allora primo ministro Fredrik Reinfeldt, che invitò gli svedesi alla pazienza e alla solidarietà in vista dei flussi migratori imminenti, chiedendo ai suoi concittadini di “aprire i cuori” a chi fuggiva dalla guerra.
La Svezia divenne così il primo Paese europeo per numero relativo di rifugiati accolti: circa 163.000 persone su una popolazione di poco superiore ai 10 milioni di abitanti. Sul piano normativo, “aprire i cuori” significava mantenere in vigore la legge sugli stranieri del 2005, che prevedeva per i beneficiari della protezione internazionale il rilascio automatico di un permesso di soggiorno permanente e, dopo cinque anni, la possibilità di presentare domanda per ottenere la cittadinanza.
LE PRIME CREPE
Mentre si pronunciavano questi discorsi, fattori internazionali e interni resero però sempre più evidenti le crepe strutturali del sistema svedese. Uno dei fattori decisivi fu la crisi migratoria del 2015, quando l’Europa dovette fronteggiare un’emergenza senza precedenti, ponendo fine all’illusione secondo cui uno Stato sociale, per quanto avanzato, potesse assorbire flussi molto elevati senza ridefinire le proprie regole.
Anche la società svedese iniziò nel frattempo a cambiare. Spaventata da una crisi economica interna, dovuta all’aumento dei prezzi e degli affitti, cominciò a percepire con maggiore intolleranza una filosofia di apertura nei confronti degli immigrati. In questo contesto ci si rese conto che lo Stato non sarebbe stato in grado di reggere una nuova ondata migratoria a causa di una serie di problemi strutturali ormai evidenti: i tempi di integrazione si erano allungati, i ritmi di inserimento nel mondo del lavoro non erano più rapidi come in passato e la disgregazione delle periferie in città come Stoccolma e Malmö non poteva più essere ignorata.
Nel breve periodo, i richiedenti asilo rappresentavano infatti un onere per il sistema di welfare. Dati OCSE mostrano come i tassi di disoccupazione tra i cittadini di origine straniera (16%) superassero nettamente quelli tra i cittadini di origine svedese (6%). Il sistema non era più percepito come equo nel chiedere allo Stato – e quindi ai cittadini svedesi che pagano le tasse – di farsi carico del sostentamento degli immigrati, soprattutto in una fase di crisi economica.
In questo clima si accesero progressivamente i riflettori mediatici su episodi di discriminazione e sul cambiamento del rapporto con le comunità islamiche. In un contesto di crescente pressione economica e sociale, alcuni episodi divennero emblematici delle difficoltà del modello svedese. La Korankrisen, esplosa tra il 2020 e il 2023, mostrò in modo plastico la frattura tra i principi liberali dello Stato e la capacità di una parte della società di assorbirli senza conflitto. I roghi del Corano autorizzati in nome della libertà di espressione e le proteste violente che ne seguirono resero evidente che l’integrazione non aveva prodotto un’adesione condivisa alle regole fondamentali dello spazio pubblico.
Allo stesso tempo, il caso Komvux – il sistema pubblico di istruzione per adulti – rivelò i limiti di un approccio integrativo basato quasi esclusivamente su welfare e formazione. Pensato come strumento chiave per l’inserimento lavorativo degli immigrati, Komvux mostrò tassi di abbandono elevati e risultati occupazionali modesti, alimentando la percezione che lo Stato investisse molto senza ottenere un’integrazione efficace. Insieme, questi episodi segnarono il passaggio da una crisi latente a una crisi visibile del modello svedese, non più confinata ai dati ma ormai presente nel dibattito pubblico e nella vita quotidiana.

GLI STUDI DELLA SWEDISH DEFENCE UNIVERSITY
Secondo molti analisti, la Svezia può oggi essere definita come un Paese multietnico ma con un livello di integrazione insufficiente, nonostante gli ingenti investimenti effettuati sin dagli anni Cinquanta. La città multietnica per eccellenza è Malmö, dove circa il 30% della popolazione è di fede musulmana. Una forte presenza musulmana, in realtà, è una caratteristica diffusa in molte aree del Paese.
Ciò che preoccupa maggiormente l’opinione pubblica non è tanto il dato quantitativo, quanto quello qualitativo di questa presenza. Un report del 2019 della Swedish Defence University ha rappresentato il primo tentativo sistematico di mappare l’ambiente salafita-jihadista in Svezia, evidenziando una crescita di questi ambienti in diverse comunità, soprattutto in aree socialmente svantaggiate, come le periferie di Stoccolma e Malmö. In particolare, il salafismo – corrente fondamentalista che predica il ritorno alla purezza originaria dell’Islam – è stato indicato come una sfida concreta per la democrazia svedese.
Per molti cittadini è ormai evidente il fallimento delle politiche nazionali di integrazione rivolte a una parte delle comunità musulmane. Questa percezione non proviene solo dall’opinione pubblica, ma emerge anche dalle interviste contenute nello studio, in cui diversi soggetti appartenenti all’ambiente salafita dichiarano di non avere rapporti sociali con cittadini svedesi, considerati infedeli e quindi estranei alla propria comunità.
LA NASCITA DELLA DESTRA IN SVEZIA
Nel contesto appena descritto, uno spostamento verso una filosofia molto più rigida appare per molti una conseguenza quasi inevitabile. L’attuale governo, definito di centrodestra e sostenuto anche dai Democratici Svedesi, sta valutando la possibilità di modificare la Costituzione per consentire alle autorità di revocare la cittadinanza a persone con doppia nazionalità. La misura sarebbe rivolta a chi ha ottenuto il passaporto in modo fraudolento o a chi commette reati considerati una minaccia per la sicurezza nazionale.
In agenda figura anche l’introduzione di corsi obbligatori sulla conoscenza della società svedese e l’inasprimento dei test necessari per ottenere la cittadinanza. Di recente, diversi giornali hanno inoltre riportato l’ipotesi di un aumento degli incentivi finanziari al rimpatrio a partire dal 1° gennaio 2026.

QUANDO IL “MODELLO SCANDINAVO” NON È AL PASSO CON L’INTEGRAZIONE
Le agitazioni di Malmö sono diventate negli ultimi anni uno dei simboli delle difficoltà del modello svedese di integrazione. In una città con una forte presenza migratoria e musulmana, tensioni sociali, disoccupazione e segregazione territoriale si sono intrecciate con episodi di violenza urbana e provocazioni religiose, come i roghi del Corano. Da un lato, una parte delle comunità immigrate vive una reale esclusione economica e sociale; dall’altro, una parte della popolazione autoctona percepisce una perdita di controllo dello spazio pubblico e delle regole condivise.
Le proteste e le manifestazioni ostili alle comunità musulmane non nascono solo da sentimenti xenofobi, ma da una frattura più profonda nella fiducia verso lo Stato. Malmö è così diventata il luogo in cui si rende visibile il limite di un’integrazione lasciata troppo a lungo al welfare e al tempo, senza strumenti più incisivi di governo sociale. Le tensioni emerse mostrano come il modello svedese abbia raggiunto un punto di equilibrio critico: quando welfare, lavoro e coesione non avanzano allo stesso ritmo, l’inclusione smette di funzionare. È in questo scarto che si apre la crisi del paradigma svedese e la necessità di una revisione delle politiche migratorie


