terreno disboscato in amazzonia

Deforestazione e allevamenti intensivi, un binomio terribilmente noto in Sud America. Smettere di parlare di un fenomeno non implica la sua fine e questo lo hanno drammaticamente filmato gli investigatori di Animal Equality che, sotto copertura, hanno raggiunto il nord del Brasile per documentare i danni che continua a seminare la deforestazione selvaggia dell’Amazzonia attraverso fiamme che ardono ancora.

Brucia in silenzio il polmone del mondo

Chilomentri e chilometri che dal verde sono declassate ad un misero color “terra di Siena”, una combinazione data dalla cenere, la terra bruciata e le rimanenze di quella che era la vita, la fitta forestazione amazzonica ridotta a cumuli polvere.

Il polmone verde del Sud America, con triste somiglianza al polmone umano per colpa dell’inquinamento, sta diventando sempre più nero. Gli incendi continuano ad essere una realtà spaventosa e sebbene l’attenzione le fiamme si sia leggermente abbassata in queste settimane, concentrata su eventi terzi e fatti disparsi per il mondo, l’Amazzonia brucia imperterrita.

Grain-oilseed-livestock complex

Esplicative ed esaurienti le immagini che qualche giorno fa sono state scattate in Bolivia ad alcuni dei volontari e dei vigili del fuoco in lacrime. Un pianto dovuto alla felicità provocata da poco più di 30 minuti di pioggia torrenziale che si è abbattuta sulla zona, acqua salvifica contro le fiamme quasi impossibili da domare.

Come testimonia Animal Equality la deforestazione selvaggia, processo ultimo di un più ampio progetto strettamente collegato agli allevamenti intensivi, permane uno dei problemi più seri a livello globale che va ad inserirsi come tassello in un puzzle chiamato “deriva ambientale”.

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Dall’Amazzonia all’allevamento

Già in precedenza abbiamo discorso sulla correlazione che è insita tra le parole deforestazione e allevamento intensivo. Bruciare ettari di foreste per poter avere infinite distese di terra coltivabile, dedicata alle monocolture in cui è forte ad esempio il Brasile, come la soia.

Soia che, contrariamente a quello che si può credere ad una prima lettura, non è quella che può banalmente finire sulla nostra tavola. La soia, dall’alto contenuto proteico ed energetico, è alla base di fatto di quel tristemente noto trinomio coniato da Tony Weis: grain-oilseed-livestock complex. Massiva coltivazione di cereali (principalmente soia) volta a soddisfare il fabbisogno energetico degli animali degli allevamenti intensivi.

I droni di Animal Equality documentano la morte della foresta

Come si legge nel comunicato diramato da Animal Equality: “Abbiamo documentato più di 1,000 camion carichi di soia, sulla strada per il porto di Itaituba. Soia coltivata nelle zone deforestate e destinata agli allevamenti intensivi“. Gli investigatori si sono resi anche responsabili di alcuni video girati in loco, sorvolando con droni il nord del Brasile: “5,950 km quadrati di foresta pluviale sono stati rasi al suolo. L’equivalente di 60 campi da calcio ogni ora“. Una metafora forte e rende vivido e possibile lo scenario. Se l’uomo è dunque la causa, gli allevamenti intensivi sono il fine e l’approvvigionamento di questi. La soluzione c’è? In potenza sì e non è necessario attraversare l’oceano. Anche l’Italia è tra i principali clienti del Brasile in termini di soia e provare a ridurre il consumo di carne, dove non si è disposti a cessare, potrebbe sicuramente abbassare quella domanda ora altissima che incrementa a dismisura l’offerta tanto quanto incrementa, di ora in ora, l’assassinio di cui siamo autori e che per vittima ha l’Amazzonia.

*immagine in evidenza: Animal Equality/Thomas Mendel