medico effettua un tampone su una paziente

La travagliata vicenda di Isabella, un avvocato residente a Milano il cui marito ha contratto il virus: oltre alla preoccupazione per il marito, la donna ha dovuto fare i conti con un’assistenza a suo avviso inadeguata durante l’emergenza Coronavirus.

Come si devono comportare i familiari

Quando il marito è stato ricoverato all’Istituto clinico Città Studi di Milano, Isabella ha contattato il 1500, numero d’emergenza ministeriale: “È come parlare con un registratore inutile – racconta Isabella ad Adnkronos I volontari ci mettono tanta umanità, ma sono impotenti, possono dare solo informazioni di base, già superate dagli eventi“.

Il marito, racconta, sta ricevendo tutte le cure necessarie: “Gli specialisti che stanno seguendo mio marito si fanno in quattro. Non posso che dire grazie per l’attenzione e la cura che ci mettono in questa situazione drammatica con i reparti pieni di malati“.

Isabella vive nell’incertezza di aver contratto il virus, essendo stata a contatto con un paziente positivo, ma spiega che per lei e il figlio “non c’è stato nessun tampone“, una realtà comune in diverse zone d’Italia. L’avvocato milanese ha potuto contare sul supporto dei medici di famiglia: “Sono gli unici in grado di darti un aiuto concreto – afferma – Il problema sono tutti questi passaggi che visti dall’interno sembrano protocolli inutili.

Protocolli inutili che legano le mani dei camici bianchi“.

I “percorsi tortuosi” da affrontare

Isabella sostiene che questa trafila sia dannosa per i familiari dei pazienti colpiti dal virus, che devono capire come gestire l’emergenza: “Gli operatori del 112 mi lasciano il numero di un servizio di assistenza, è l’ennesimo call center con voce registrata – spiega l’avvocato milanese ad Adnkronos Salute – Il percorso fra numeri da digitare e attese finisce con l’operatore che ripete sempre le stesse cose: si metta in quarantena, sorvegli sintomi e temperatura“.

Un problema che, secondo Isabella, ha origine dalle tempistiche della procedura di assistenza: “La mia impressione è che si perda del tempo prezioso tra l’insorgere della malattia e la fase acuta – commenta Isabella – Forse se non avessi insistito mio marito lo avrebbero dovuto intubare. È una malattia dai sintomi subdoli“.

Le risposte date ai parenti

Il dubbio di Isabella è come gestire il prolungamento a 28 giorni della quarantena dei casi sospetti in ottica della riapertura delle attività promossa dalla Regione Lombardia: “Decido di chiamare per chiedere chiarimenti – ma non finisce qui – ancora una volta ci si trova a parlare con una voce registrata che suggerisce di inviare un’email se non si riesce a contattare il medico di base“.

L’indomani Isabella parla con un operatore dell’Ats: “Indicano ai conviventi 14 giorni di quarantena dopo l’ultimo contatto con il paziente Covid. Non sanno riferire nulla sul post tampone del ricoverato – aggiunge la donna – Non verificano chi sei e in che struttura è ricoverato il parente.

Non chiedono informazioni sulle nostre condizioni. Consigliano di rivolgersi ai servizi sociali“.

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