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Dopo 18 mesi di prigionia in Somalia, Silvia Romano è finalmente tornata in Italia. La nostra connazionale, rapita il 20 novembre 2018 in Kenya, ha riabbracciato la sua famiglia, una notizia che molti di noi non speravano più di avere, soprattutto dopo il silenzio calato sul suo caso.

La gioia per la liberazione di una giovane cooperante di 25 anni da una prigionia in una delle aree più pericolose del mondo, ha presto lasciato spazio al solito can can mediatico e alle speculazioni sui social.

Come i media stanno trattando il ritorno di Silvia Romano

I giornali italiani hanno dato ampio risalto alla liberazione di Silvia Romano, una notizia davvero inaspettata e che dovrebbe unire il Paese in un collettivo sospiro di sollievo.

I titoli sul tema “bentornata Silvia” sono però presto stati sostituiti dalla pruriginosa ricerca di indizi e dettagli.

A meno di 5 ore dal suo atterraggio all’aeroporto di Ciampino, le indiscrezioni lanciate come notizie prendono il sopravvento. Vestiti definiti “islamici”, atteggiamento, persino l’aspetto “paffuto”, vengono passati sotto la lente di ingrandimento.

La conversione all’Islam

A lanciare la questione della possibile conversione all’Islam è stato Open, diretto da Enrico Mentana.

Con un’esclusiva, il quotidiano online, riporta addirittura le parole di Silvia Romano: “È vero, mi sono convertita all’Islam. Ma è stata una mia libera scelta, non c’è stata nessuna costrizione da parte dei rapitori che mi hanno trattato sempre con umanità. Non è vero invece che sono stata costretta a sposarmi, non ho avuto costrizioni fisiche né violenze“.

Una notizia subito ripresa da altre testate, che citano non meglio identificate “fonti investigative”, come l’ANSA, ma senza il giusto inquadramento nel contesto della prigionia in mano a integralisti islamici.

La conversione frequente tra i prigionieri occidentali

La maggior parte dei prigionieri occidentali tenuti in cattività da gruppi jihadisti si convertono all’Islam. La situazione di incredibili deprivazione e violenza e lo stress psicologico giocano un ruolo importante in questo. In alcuni casi la conversione all’Islam è sincera, la religione diventa un modo per raccogliere speranza e coraggio nella disperazione.

È il caso di Peter Kassig, rapito dallo Stato Islamico e ucciso in Siria nel 2014. Secondo alcune testimonianze dei suoi compagni di prigionia, il volontario 26enne era diventato un fervente musulmano, e aveva cambiato anche il suo nome in Abdul Rahman Kassig.

Anche James Foley, rapito in Siria nel 2012, fino ad allora cattolico praticante, si è convertito durante la prigionia e i testimoni lo descrivono come appassionato lettore del Corano. In altri casi la conversione all’Islam è un modo per ricevere un trattamento migliore dai propri carcerieri. È il caso della giornalista canadese Amanda Lindhout e di Nigel Brennan, fotografo australiano. Rapiti in Somalia, la coppia è stata brutalmente torturata per 15 mesi prima di essere liberata.

Silvia Romano e la sindrome di Stoccolma

La conversione di Silvia Romano, sincera o meno, non è certamente una priorità nella storia della sua liberazione.

La Costituzione italiana con l’articolo 19 assicura a tutti il diritto di professare la propria fede. Eppure le parole della cooperante hanno addirittura dato il via a una serie di speculazioni sulla possibilità o meno che sia vittima della sindrome di Stoccolma.

Le parole delle “fonti investigative” adducono la sua conversione a una “situazione psicologica legata al contesto in cui la ragazza ha vissuto in questi 18 mesi, non necessariamente destinata a durare nel tempo“. L’Agi ha ricollegato queste affermazioni alla sindrome di Stoccolma, per cui gli ostaggi sviluppano un rapporto affettivo con i propri carcerieri.

Non c’è conferma ufficiale dello stato psicologico di Silvia Romano e non sappiamo se la ragazza abbia parlato con uno psicologo nelle ore tra la sua liberazione e il ritorno in Italia. A diagnosticare la sindrome di Stoccolma potrebbe quindi non essere stata una persona attestata a farlo.

La questione del riscatto

La più abietta delle speculazioni riguarda l’importo del riscatto presumibilmente pagato per il rilascio di Silvia Romano. Su questo punto si sono concentrati alcuni utenti sui social media ma, davvero, commentare questa questione rimane difficile.

Come ha giustamente risposto il dj Frankie hi-nrg mc a chi sollevava l’argomento: “Meno della tua istruzione, ma certamente meglio spesi“. L’obbligo morale e legale di soccorrere connazionali in situazioni di prigionia all’estero trascende qualsiasi calcolo economico.

Come evolverà la situazione

Nei prossimi giorni torneranno alla ribalta altre generiche insinuazioni corroborate da fonti più o meno identificate su Silvia Romano. Le peggiori speculazioni, alcune delle quali parlano di gravidanza per il solo aspetto fisico all’arrivo in aeroporto, lasciano poco spazio alla gioia per il ritorno. Il trauma che certamente la 25enne milanese ha vissuto merita più accortezza, più delicatezza nel trattare questa notizia, della solita caciara da bar.

Il dovere di informare non dovrebbe soverchiare il diritto di questa giovane donna a ricevere il supporto e l’aiuto di cui ha bisogno, prima di essere gettata nel tritacarne mediatico. Scoop, titoloni, opinioni sull’opportunità o meno di svolgere volontariato all’estero e dubbie esclusive, in questo caso, sarebbe meglio metterle da parte. Su Silvia Romano, data per morta, scomparsa per un anno e mezzo, è doveroso propendere per un decoroso svolgimento della professione giornalistica invece di sfamare le voglie peggiori dell’opinione pubblica.

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