un negozio chiuso per l'emergenza coronavirus

Non è un grido nuovo alle orecchie ma è una realtà che era stata paventata fin da subito, ancor prima che il lockdown diventasse concreto, tangibile e comportasse conseguenze deleterie. Il fermo delle imprese e la quarantena forzata hanno inciso negativamente sul mercato e lo faranno ancora sebbene il lockdown sia stata l’unica via possibile – e la più sicura al netto dei dati – per salvaguardare la salute e il futuro del Paese.

Con l’arrivo della fase 2, tra la riapertura di numerose aziende ma con ancora grosse incognite su numerosi esercizi che faticano a vedere un futuro e una data certa di riapertura senza contare le polemiche e le spinte all’insegna dell’autonomia richiesta al Governo da parte delle singole Regioni, si inserisce il report dell’Ufficio Studi Confcommercio.

Stime, potenziali e variabili, che sembrano descrivere l’infausto futuro per numerose piccole-medio imprese che potrebbero non riuscire a tirare mai più sù le serrande.

Imprese a rischio chiusura: il report di Confcommercio

Il rischio c’è sebbene non sia possibile usarlo nella sua accezione più tecnica. Questa è la premessa ad un lungo report ad opera dell’Ufficio Studi Confcommercio sul numero di imprese che, a seguito dell’emergenza Coronavirus, fortemente penalizzate dal lockdown e dai costi per fronteggiare la ripartenza, potrebbero non riaprire più.

Le aziende considerate ad “alto rischio di chiusura definitiva” ci sono e sono numerose. Una chiusura definitiva che, come si legge nel report, potrebbe riguardare l’annata e dunque il solo 2020 ma anche il futuro e mettere dunque un punto fermo all’attività dell’azienda.

Micro-imprese, le più a rischio

“[..] Nel settore del commercio al dettaglio in esercizi specializzati, l’incidenza dei costi fissi sul totale dei costi di esercizio sfiora il 54%.

In presenza di una riduzione del volume di affari di circa il 50% a causa delle norme restrittive sul distanziamento sociale – si legge nel report della Confcommercio – un’impresa con dipendenti del settore realizzerebbe un risultato lordo di gestione, cioè un profitto lordo, pari al costo del lavoro per dipendente di quel comparto. In altri termini, l’imprenditore vedrebbe azzerato il suo profitto economico e si troverebbe nella soglia di indifferenza tra il proseguire l’attività e il cessarla“.

Tra le più colpite dall’emergenza socio-economica dovuta al Coronavirus ci sarebbero le micro-imprese, dunque aziende con un numero di dipendenti inferiori a 10 il cui bilancio annuo si aggira e non supera i 2 milioni di euro. Ancor più nel mirino quelle con un solo addetto o del tutto prive di dipendenti, una realtà in cui rientrano 174mila unità produttive tra dettaglio in sede fissa e ambulanti: “Per queste strutture che non hanno dipendenti e presentano un’incidenza dei costi fissi intorno al 15%, la sola riduzione del 10% dei ricavi potrebbe portarle al di sotto della già modesta soglia di sopravvivenza reddituale e a dover cessare l’attività“.

267mila imprese potrebbero smettere di operare definitivamente

Il risultato di questo esercizio puramente deterministico è che quasi
267mila imprese dei settori considerati potrebbero smettere di operare definitivamente
– lancia l’allarme lo studio della Confcommercio – (almeno per tutto il 2020 e nella forma giuridica, secondo la proprietà e la location attuale). Un terzo apparterrebbero al commercio, due terzi ai servizi. I settori più colpiti sarebbero gli ambulanti (soprattutto di beni non alimentari), i negozi di vestiario e di calzature, i bar, i ristoranti e le imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona.

Le perdite in assoluto più consistenti si osserverebbero tra le professioni e nell’ambito della ristorazione“.

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