Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Oggi, 27 gennaio, è la giornata dedicata al ricordo delle vittime della Shoa. Un giorno importante, che apre la porta a una serie di riflessioni che hanno molto a che vedere con le parole. I ricordi, infatti, sono le parole che scegliamo per raccontare quello che è successo, o per tacerne.

Shakespeare e le rose

Shakespeare faceva dire a Giulietta che una rosa non perderebbe il suo profumo se noi la chiamassimo in altro modo. “Che cosa c’è in un nome?”, chiede la confusa e volubile Giulietta (nel senso che passa dall’indifferenza al desiderio di sposarsi in poco più che mezz’ora). “Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.

Forse che quella che noi chiamiamo rosa cesserebbe di avere il suo profumo se la chiamassimo con un altro nome?”. Sì, in effetti sì. Se noi chiamassimo la rosa con un altro nome, cambierebbe anche il suo profumo o, meglio, cambierebbe la percezione che avremmo di quel profumo e quindi cambierebbe anche la realtà sperimentata da noi rispetto a quel fiore (mi perdoni Di Maio per l’utilizzo di tutti questi condizionali e congiuntivi, non riesco a perdere il vizio, per quanto lo staff del Ministro sostenga che si possano usare gli imperfetti anche in forme meno colloquiali più tipiche dello stadio e, a mio avviso, meno adatte a un contesto come questo; me ne farò una ragione, credo).

Shakespeare, dunque, sbagliava: se la chiamassimo in altro modo, la rosa profumerebbe di altro. Per essere ancora più precisi: se noi, appena nati, venissimo educati a chiamare la rosa con un altro nome qualsiasi, sentiremmo il tipico profumo di rosa, avendolo semplicemente collegato a un altro nome. In quel caso, ovvero senza una memoria semantica, la “rosa” non cambierebbe profumo. “Paolo, annusa la saraballanda”, potrebbe dirmi mio padre e io, annusando la “saraballanda”, percepirei il profumo di quella che noi oggi chiamiamo rosa. Ma se io fossi stato educato, anche solo una volta, a collegare quel profumo a quel nome… beh, allora la teoria di Giulietta sarebbe tutta da rivedere.

Memoria

Che cosa c’entrano Giulietta, le rose e il papà di Amleto con il giorno della memoria?

C’entrano perché ci ricordano che la memoria che noi abbiamo delle esperienze è direttamente collegata alle parole che usiamo per raccontarle o raccontarcele.

Alcune volte è bene avere di quel che è stato un racconto preciso e dettagliato, per far tesoro di quel che è successo e per fare in modo che mai più succeda, come appunto nel caso della Shoa: mantenerne vivo il ricordo è doveroso, proprio per fare in modo che questo ricordo eserciti la sua funzione di monito.

A questo ricordo, attesa la funzione di monito che conferiamo a questa narrazione, dovremmo aggiungerne anche altri perché purtroppo la nostra storia è ricca di momenti altrettanto dolorosi e drammatici, che andrebbero parimenti discussi, per lo stesso motivo.

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Purtroppo, spesso anche giornate come quella appena trascorsa sono politicizzate e strumentalizzate dai giamburrasca di turno: da un punto di vista strettamente linguistico, le tragedie che abbiamo vissuto hanno pari dignità e dovrebbero godere dello stesso trattamento, poiché la memoria è alimentata dalle parole che utilizziamo e da quelle che, consapevolmente o meno, omettiamo.

Smettere di parlare di un certo fatto, o parlarne pochissimo, toglie a quel fatto la dignità del ricordo e questo è, umanamente parlando, semplicemente inaccettabile. Potremmo fare una operazione di chunk up, ovvero di astrazione, e richiamare alla mente tutti quei giorni e tutti quegli episodi che val la pena ricordare, per evitare che si ripresentino.

E qui veniamo a noi, oggi, e alle parole che noi, oggi, possiamo utilizzare per costruire memorie dal sapore diverso. Memorie per un domani più pulito e colorato.

Gia: oggi, è il ricordo di domani. Oggi, adesso, in questo istante, stiamo costruendo il ricordo che avremo domani di questa giornata. Noi ci ricorderemo di oggi anche in funzione delle parole che oggi stiamo utilizzando. Proprio ora.  

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Se noi, oggi, iniziamo tutti insieme a cambiare le nostre parole, quelle che usiamo per descrivere una realtà che certamente può essere migliorata, allora domani avremo ricordi più puliti, che sanno di buono.

Avremo un domani in cui non ci saranno altri giorni della memoria, a parte quelli che già conosciamo e dei quali è necessario continuare a parlare.

Le grandi tragedie dell’umanità di cui qui stiamo accennando sono sempre il risultato di pensieri intrisi di odio, che a sua volta deriva da pregiudizi e stereotipi, che tutti noi abbiamo, che ci piaccia o meno ammetterlo. Ebbene, pregiudizi e stereotipi sono i semi da cui germogliano quelle piante velenose che nessuno vuole avere in giardino e che si sconfiggono soprattutto cambiando le parole che li alimentano ed evitando di riderci di fare spallucce quando quelle parole le sentiamo da altri (vero, mister Friedman?).

Con le parole e con il cervello, c’è poco da scherzare. È ora di finirla con tutte le frasi che contengono quel tipo di semi: che si tratti di pregiudizi legati all’età, al sesso, alla razza, a presunte caratteristiche sociali o geografiche, al peso o a chissà cos’altro, la verità è che noi non possiamo sapere che tipo di pianta crescerà da quei semi. Sappiamo solo che sarà una pianta che non vorremo avere in giardino.

Noi, oggi, smettendo una volta per tutte quelle frasi che continuano ad alimentare e a nutrire gli stessi semi che hanno prodotto il disastro che commemoriamo il 27 gennaio e tutti gli altri, possiamo fare la nostra parte per chi ci seguirà in questo mondo, così che non abbia più da celebrare giornata come questa. Siate coscienti, cari lettori, perché non possiamo permetterci altri errori. Siate coscienti e pretendete belle parole, da voi e dagli altri, perché ognuno di noi può cambiare la realtà cambiando le parole con le quali la descrive.

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