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“Ascoltate bene cosa dice…”. Garlasco, la chiave in una telefonata: la rivelazione di Roberta Bruzzone

Pubblicato: 14/12/2025 09:10

Una voce calma dove ci si aspetterebbe il panico. Nel giallo di Garlasco, uno dei casi di cronaca nera più raccontati degli ultimi anni, a tornare sotto i riflettori non è soltanto il nome di Alberto Stasi, ma soprattutto la sua telefonata ai soccorsi. Una manciata di minuti al telefono che, secondo la criminologa Roberta Bruzzone, diventano una vera e propria “finestra psicologica” sull’uomo che quel 13 agosto 2007 trovò il corpo di Chiara Poggi.

Intorno a lui, però, ruotano ancora altre figure chiave. Tra queste c’è Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, la cui posizione è tornata al centro dell’attenzione nel nuovo capitolo giudiziario sul delitto di Garlasco. Sempio ha sempre respinto ogni coinvolgimento nella morte della giovane, ribadendo di non trovarsi nella villetta la mattina del 13 agosto 2007 e di non avere alcun ruolo in quanto accaduto. La sua linea difensiva è rimasta identica nel tempo, senza virate improvvise o cambi di versione.

Un caso che non smette di parlare

Anche nelle fasi più recenti dell’inchiesta, Sempio ha mantenuto un atteggiamento di collaborazione formale, affidandosi ai propri legali e sottolineando come il suo nome sia stato associato al caso sulla base di ricostruzioni che, a suo dire, non trovano riscontro nei fatti. La sua posizione resta quella di chi si considera coinvolto solo di riflesso, per legami di amicizia, ma non per responsabilità penali reali.

Nel dibattito pubblico e mediatico, la figura di Sempio torna ciclicamente come elemento laterale del caso, mentre la difesa insiste su un punto: non c’è alcuna prova concreta che lo collochi sulla scena del crimine, né un movente credibile. Ogni nuova analisi sul delitto viene osservata con attenzione, ma accompagnata dalla convinzione che nulla possa scalfire una posizione che Sempio definisce “limpida”.

La criminologa Roberta Bruzzone durante un'analisi del caso Garlasco

Il baricentro torna su Stasi

La strategia di Sempio resta improntata alla prudenza e al silenzio: parlano solo gli atti, mentre lui continua a ribadire la propria estraneità anche di fronte a eventuali nuove valutazioni tecniche. Ed è proprio in questo scenario che le analisi tornano a concentrarsi su Alberto Stasi, spostando nuovamente il cuore dell’attenzione investigativa.

In questo clima sospeso tra vecchi incubi mediatici e nuovi approfondimenti, la voce di Roberta Bruzzone emerge con un’analisi che riporta tutti all’origine: quel 13 agosto 2007, quando Stasi chiama i soccorsi dopo aver trovato Chiara nella villetta di Garlasco. È lì, in pochi minuti di audio, che secondo la criminologa si nascondono segnali decisivi.

Il legale di Alberto Stasi durante una fase del processo

La telefonata ai soccorsi: una “finestra psicologica”

Bruzzone ha analizzato nel dettaglio la telefonata di Alberto Stasi al 118, subito dopo il ritrovamento del corpo di Chiara. Applicando parametri tratti da uno studio americano che ha passato al setaccio migliaia di chiamate al 911, la criminologa descrive quel contatto con i soccorsi come una “finestra psicologica” su Stasi. E ciò che vede, dice, non coincide con l’immagine di un fidanzato sconvolto.

Il tono di Stasi viene definito “piatto, quasi notarile”: lui risponde solo alle domande dell’operatore, senza lasciar emergere paura, stress, disorientamento. Manca anche quella preoccupazione viscerale per la fidanzata che, in una situazione così estrema, ci si aspetterebbe in modo istintivo. Un contrasto che, nell’ottica della criminologa, pesa come un macigno.

Un'immagine di Alberto Stasi ai tempi del caso Garlasco

Ciò che non dice (e come lo dice)

Secondo l’analisi di Bruzzone, colpisce soprattutto ciò che manca in quella telefonata. Stasi non chiama Chiara per nome, non urla, non chiede ossessivamente aiuto per lei, non verifica se respira, non sembra entrare in panico. Le sue parole sono filtrate da una distanza che sorprende: usa formule come “una persona”, “forse viva”, “forse l’hanno uccisa”, invece di frasi dirette e personali come “la mia fidanzata è a terra, aiutatemi, c’è sangue ovunque”.

Questo tipo di linguaggio, più freddo e generico, viene letto come una forma di auto-distanziamento dalla scena. Un modo, conscio o inconscio, per allontanare da sé la tragedia. Un dettaglio che per un ascoltatore distratto potrebbe passare inosservato, ma che per chi studia i comportamenti nelle emergenze diventa un campanello d’allarme.

Le incongruenze che fanno discutere

Bruzzone segnala anche alcune incongruenze tra ciò che Stasi dice al telefono e la realtà dei fatti. Durante la chiamata, l’uomo riferisce che Chiara è “sdraiata per terra in casa”, mentre in realtà si trovava sulle scale che portano al seminterrato. Un dettaglio non da poco, considerando l’importanza della scena del crimine in casi come questo.

Non solo: le indicazioni sull’indirizzo sarebbero imprecise, con il rischio di ritardare i soccorsi. E c’è un altro elemento che pesa nella ricostruzione della criminologa: Stasi chiama i soccorsi solo dopo essersi recato in caserma dai carabinieri, allontanandosi in auto dalla villetta. Una sequenza che, nel racconto dell’esperta, non trasmette l’urgenza disperata di chi sta cercando di salvare la persona che ama.

La lettura psicologica secondo Bruzzone

Lo studio americano citato da Bruzzone evidenzia come alcuni elementi ricorrenti nelle chiamate “problematiche” – distacco emotivo, narrazione neutra, minimizzazione della violenza – siano spesso associati a chi cerca di prendere le distanze dall’evento, costruendo una versione dei fatti più gestibile per sé. In altre parole, indizi di un comportamento potenzialmente menzognero.

All’interno di questo schema, la criminologa inserisce senza mezzi termini la chiamata di Stasi. “Lui ha messo Chiara in quella condizione”, conclude Bruzzone, sostenendo che solo chi ha assistito direttamente a quanto accaduto poteva conoscere certi dettagli, pur descrivendoli in modo tanto freddo e, in parte, inesatto.

Un audio difficile da leggere “in chiave innocente”

Nel corso degli anni non sono mancati i tentativi di rileggere quella telefonata in chiave favorevole alla difesa, provando a spiegare il tono di Stasi con lo shock o con la personalità più introversa. Ma per la criminologa si tratta di un esercizio quasi impossibile. La chiamata, dice, manca proprio di quelle emozioni genuine che ci si aspetterebbe in una situazione di emergenza estrema.

Sforzarsi di leggerla in chiave innocente è un’impresa titanica”, afferma Bruzzone. Nella sua interpretazione, quel dialogo con i soccorsi non racconta una corsa contro il tempo per salvare Chiara, ma suona piuttosto come la costruzione di una narrazione auto-protettiva. Un racconto lucido, controllato, dove il coinvolgimento emotivo sembra messo da parte. Ed è proprio questo contrasto, tra la tragedia immensa e la calma della voce, che continua a turbare l’opinione pubblica ogni volta che si riascolta quella telefonata.

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