
L’iter avviato dall’esecutivo per la realizzazione del ponte sullo Stretto finisce nuovamente nel mirino della Corte dei conti. I magistrati contabili, con una delibera appena pubblicata, mettono in discussione la legittimità del percorso amministrativo e contrattuale seguito dal governo Meloni, segnalando violazioni delle norme europee sugli appalti e il rischio concreto di procedure di infrazione Ue e contenziosi civili di lunga durata. Una presa di posizione netta che arriva dopo la precedente bocciatura della delibera del Cipess sul finanziamento dell’opera.
Secondo la Corte, anche l’atto aggiuntivo che disciplina i rapporti tra il ministero dell’Economia, il Mit e la società concessionaria Stretto di Messina presenta criticità tali da non poter superare il vaglio di legittimità. Il giudizio dei magistrati si concentra su criteri modificati, costi incerti e su un impianto contrattuale che, a loro avviso, avrebbe richiesto una nuova gara.
Costi pubblici incerti e piano inefficace

Il primo nodo riguarda i costi dell’opera, ora interamente a carico dello Stato. La Corte contesta il Piano economico e finanziario, giudicato inefficace perché non registrato e quindi incapace di garantire certezze sulla sostenibilità complessiva dell’investimento. Un’impostazione già censurata nella precedente delibera sul Cipess, aggravata da modifiche introdotte in sede politica che rendono, secondo i giudici, indefiniti e incerti gli oneri per la finanza pubblica.
Nelle motivazioni si sottolinea come l’atto aggiuntivo assorba i contenuti di un piano non validamente efficace, compromettendo la conformità alla legge dell’intero decreto. Una valutazione che porta la Corte a negare l’ammissione al visto, ribadendo la necessità di un percorso amministrativo più solido e trasparente.
Appalto e soglia europea del 50 per cento
Il secondo rilievo riguarda l’appalto. Per i magistrati contabili, le modifiche intervenute rispetto alla gara originaria del 2005 sono tali da imporre una nuova procedura di evidenza pubblica. Il rischio segnalato è quello di superare la soglia del 50 per cento di incremento dei costi, limite fissato dalle direttive Ue per le variazioni contrattuali.
La Corte evidenzia che l’aumento del valore non deriva solo dall’indicizzazione dei prezzi, ma anche da nuovi adeguamenti progettuali legati a esigenze tecniche sopravvenute. Elementi che, sommati a stime giudicate generiche, potrebbero determinare ulteriori incrementi e rendere il contratto incompatibile con la disciplina europea sugli appalti.
Contratto, finanza di progetto e penali
Un terzo punto critico riguarda la natura del contratto. L’accordo originario, firmato nel 2006 tra la concessionaria e Eurolink, prevedeva il ricorso alla finanza di progetto, con una quota di rischio in capo ai privati. L’atto aggiuntivo, invece, configura un finanziamento totalmente pubblico, modificando in modo sostanziale l’equilibrio contrattuale.
Secondo la Corte, questo cambiamento incide sulla natura stessa dell’accordo e rende inappropriata la previsione di penali o indennizzi a favore dei privati in caso di blocco dell’opera. Con risorse esclusivamente pubbliche, spiegano i magistrati, non sarebbe giustificabile alcun risarcimento al concessionario, trattandosi di una società in house.
Le reazioni politiche
La delibera ha innescato immediate reazioni politiche. “È ormai chiaro che Salvini e Ciucci hanno fallito e dovrebbero trarne le conseguenze”, afferma Angelo Bonelli, esponente di Avs. Sulla stessa linea il Partito democratico: per il capogruppo in commissione Trasporti della Camera, Anthony Barbagallo, si tratta di “un fallimento su tutta la linea”, con un progetto definito costoso, dannoso e distante dalle reali esigenze del Mezzogiorno.
La posizione della Corte dei conti riapre così il confronto politico e istituzionale su un’infrastruttura simbolo, ponendo al centro il rispetto delle regole europee, la certezza dei costi e la tutela delle finanze pubbliche.


