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La manovra cambia ancora, caos nella maggioranza: e Salvini “paga il conto”

Pubblicato: 20/12/2025 16:31

All’ultima curva, la manovra di bilancio torna a cambiare assetto. Dopo una giornata di forte tensione politica, il governo è costretto a smontare e rimontare l’impianto delle misure, rinunciando al decreto per le imprese ipotizzato solo poche ore prima. A fissare la nuova linea è stato un vertice di maggioranza convocato d’urgenza da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, con l’obiettivo di rimediare a quello che, nelle stesse file della maggioranza, viene definito l’ennesimo pasticcio.

Stop al decreto e ritorno alla Finanziaria

La strada del decreto ad hoc per le imprese, pensata per superare il no della Lega sulle misure previdenziali, viene definitivamente accantonata. Una soluzione che, secondo fonti dell’esecutivo, non avrebbe convinto neppure il Quirinale. Tutto rientrerà dunque nella legge di Bilancio, attraverso un nuovo maxi-emendamento atteso in commissione Bilancio al Senato.
Nel testo confluiranno i crediti d’imposta per la Zes e Transizione 4.0, il fondo contro il caro-materiali nei cantieri, oltre all’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, prova a ridimensionare la portata delle modifiche, parlando di un semplice aggiustamento delle coperture di un testo già esaminato e subemendato.

Il nodo delle coperture e il conto da pagare

L’epilogo, però, è tutt’altro che indolore. Il problema centrale resta quello delle coperture finanziarie. Il disegno iniziale del Mef si reggeva anche sulle misure previdenziali, poi cancellate su pressione della Lega, che ha imposto lo stop alla stretta su riscatto della laurea e finestre mobili.
Per ricomporre il quadro, torna in campo l’anticipo fiscale alle assicurazioni, una misura da 1,3 miliardi già ipotizzata, congelata e ora ripescata. Ma non basta. Per questo sono previsti nuovi tagli ai ministeri, con il dicastero delle Infrastrutture, guidato da Matteo Salvini, destinato a pagare il prezzo più alto dello stop imposto dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Lo strappo politico e il ruolo della Lega

Proprio Giorgetti è stato al centro dello scontro consumato due notti fa a Palazzo Madama. Il capogruppo leghista Massimiliano Romeo avrebbe imposto un aut-aut al titolare del Tesoro: o lo stralcio delle norme sulle pensioni o l’uscita della Lega dal governo. Una minaccia politica che ha portato alla cancellazione delle misure e al conseguente riassetto della manovra.
Ora però si riparte da capo, con la necessità di individuare nuove risorse per mantenere gli interventi a favore delle imprese. Sarà la Ragioneria generale dello Stato a lavorare sull’equilibrio finale. La premier Meloni, secondo quanto filtra, avrebbe chiesto di visionare il testo in anteprima, per evitare nuovi incidenti parlamentari.

La corsa contro il tempo in Parlamento

I tempi restano strettissimi. La manovra deve ottenere il via libera del Senato entro Natale, per poi approdare alla Camera, dove il voto finale è già calendarizzato per il 30 dicembre. Intanto, la commissione Bilancio riprende i lavori con l’obiettivo di chiudere entro domenica.
Negli ultimi giorni sono già passate misure come il bonus e l’esenzione Imu per le scuole paritarie, la proprietà dell’oro di Bankitalia, il taglio degli interessi sulle cartelle della rottamazione quinquies, la tassa sui piccoli pacchi extra Ue e il nuovo regime fiscale sugli affitti brevi.

Tensioni politiche e attacco delle opposizioni

Il clima resta però pesante. Funzionari e addetti ai lavori parlano di stanchezza e preoccupazione, mentre nella maggioranza crescono i timori per una gestione dei lavori sempre più complessa, anche a causa del pressing delle opposizioni.
La segretaria del Pd Elly Schlein accusa il governo di essere distante dai problemi reali del Paese, mentre il Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni di Giorgetti. La manovra procede così tra tensioni politiche, corse contro il tempo e un equilibrio ancora fragile, con l’obiettivo di arrivare all’approvazione finale senza nuovi scossoni.

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