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Capotreno ucciso a Bologna, il padre: “Se la legge avesse funzionato Alessandro sarebbe vivo”

Pubblicato: 08/01/2026 17:04

Dopo il dolore, emerge la rabbia. Il padre di Alessandro Ambrosio, il capotreno di 34 anni ucciso il 5 gennaio nella stazione di Bologna, parla per la prima volta pubblicamente dopo l’omicidio del figlio. Le sue parole non sono rivolte contro singole categorie o temi ideologici, ma contro un sistema che, a suo giudizio, non ha funzionato.
«La giustizia ora non mi interessa. Si poteva fare prima», ha spiegato ai giornalisti davanti alla sua abitazione. «C’era a piede libero una persona con un decreto di allontanamento e armata. Se le leggi italiane e la giustizia avessero fatto il loro corso, quella persona non ci sarebbe stata».

«Gli immigrati non c’entrano»

Nel suo intervento, il padre di Alessandro Ambrosio ha voluto chiarire con fermezza la propria posizione sul tema dell’immigrazione, respingendo ogni lettura strumentale del delitto. «Ci sono tante persone in giro, senza dimora, e io provo anche pietà per loro. Mi dispiace che vivano in questo stato e che nessuno se ne faccia carico», ha detto.
Poi la precisazione politica: «Io sono favorevole all’immigrazione, al contrario di chi dice che dovremmo chiudere i porti. Non sono d’accordo: la gente deve essere libera di andare dappertutto». Un passaggio netto, che separa il tema della sicurezza da quello dei flussi migratori.

«Ora è difficile andare avanti»

Il racconto del padre si fa poi più intimo e drammatico. «Ora è difficile andare avanti. Ci vuole una vita, e io non ho una vita davanti», ha aggiunto, lasciando trasparire tutta la devastazione di una perdita improvvisa. «Sarebbe stato meglio se ci fossi stato io al suo posto», ha concluso.

I precedenti dell’indagato

Dalle indagini è emerso che il 36enne croato accusato dell’omicidio era già noto alle forze dell’ordine. Il 3 dicembre era stato fermato nella stazione di Bologna con un coltello. Un episodio che si aggiunge ad altri precedenti: nel giugno 2023 era stato trovato con un cutter sempre a Bologna e nel maggio scorso era stato condannato a Vercelli per lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale e oltraggio. Elementi che alimentano ulteriormente l’amarezza e le domande sul mancato intervento preventivo.

La ricostruzione dell’omicidio

Secondo quanto scritto dal pubblico ministero, «non può che essere lui ad aver commesso l’omicidio». Le telecamere della stazione di Bologna hanno ripreso la presenza ravvicinata tra vittima e aggressore, senza alcuno scambio di parole. L’uomo avrebbe iniziato a seguire Ambrosio a breve distanza, senza che il capotreno se ne accorgesse.
Il momento esatto dell’accoltellamento non sarebbe stato ripreso dalle telecamere pubbliche, ma la sequenza degli eventi successivi è documentata con una cronologia precisa. Dopo l’aggressione, l’uomo si allontana in direzione opposta.

Alessandro Ambrosio è morto quasi immediatamente per choc emorragico, a causa della coltellata ricevuta all’altezza delle scapole. Poco prima aveva scritto a un amico, tramite WhatsApp, per posticipare di mezz’ora un appuntamento a cena. Sarà proprio quell’amico, insieme a un collega, a trovarlo a terra pochi minuti dopo.
Un delitto che continua a sollevare interrogativi sul funzionamento dei controlli, sulla prevenzione e sull’effettiva applicazione delle misure già previste dalla legge.

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