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Meloni scuote il caso Rogoredo: “Sgomento e rabbia, sarebbe tradimento della nazione”

Pubblicato: 23/02/2026 20:49

Le parole della presidente del Consiglio arrivano nel pieno della tempesta che si è abbattuta su Rogoredo, dopo gli ultimi sviluppi sull’uccisione di un pusher nel cosiddetto “boschetto della droga”. Da Roma, nel tardo pomeriggio del 23 febbraio 2026, Giorgia Meloni interviene con una presa di posizione netta, che non lascia spazio a interpretazioni: se le ipotesi investigative dovessero trovare conferma, si tratterebbe di un fatto “gravissimo”, un vero e proprio “tradimento nei confronti della nazione”.

La premier parla di sgomento e di “profonda rabbia” all’idea che il comportamento di chi tradisce la divisa possa “sporcare” il lavoro quotidiano delle Forze dell’Ordine, che operano – sottolinea – con abnegazione e senso delle istituzioni. È un passaggio politico delicato, perché tocca uno dei nervi scoperti del dibattito pubblico: il rapporto tra sicurezza, responsabilità individuale e fiducia nello Stato.

Meloni insiste su un punto preciso: chi indossa una divisa ha il dovere di farlo con il massimo rigore. E proprio per questo, aggiunge, con chi sbaglia occorre essere “implacabili”. La giustizia farà il suo corso, ribadisce, chiarendo anche che “non esiste alcuno scudo penale”, in risposta alle polemiche che nelle ultime ore hanno agitato lo scontro tra maggioranza e opposizione.

Difesa delle istituzioni e linea dura

Nel suo intervento, la presidente del Consiglio ringrazia in particolare la Polizia di Stato, impegnata – su delega della Procura di Milano – nelle indagini sui propri agenti coinvolti nella vicenda. È un messaggio che punta a separare le eventuali responsabilità individuali dall’immagine complessiva del corpo: l’“immagine sana”, nelle parole della premier, è quella degli investigatori che stanno lavorando per far emergere la verità.

Il caso di Rogoredo diventa così terreno di confronto politico, ma Meloni sceglie una linea che tiene insieme due piani: sostegno alle forze dell’ordine e fermezza assoluta verso eventuali comportamenti illeciti. Un equilibrio complesso, soprattutto in una fase in cui il tema della sicurezza è centrale nell’agenda del governo e nel dibattito parlamentare.

La premier, senza entrare nel merito delle indagini, marca una distinzione chiara tra chi serve lo Stato con onore e chi, eventualmente, ne tradisce i valori. Ed è proprio su questa linea che si gioca ora la partita politica: difendere l’autorevolezza delle istituzioni senza chiudere gli occhi davanti alle responsabilità individuali. Un passaggio che, nelle prossime ore, potrebbe incidere non solo sull’inchiesta, ma anche sugli equilibri del confronto pubblico sulla sicurezza e sul ruolo delle forze dell’ordine.

A chiudere il quadro intervengono anche le altre voci istituzionali e politiche. Il capo della polizia Vittorio Pisani parla di un “ex appartenente alla Polizia di Stato” e lo definisce senza mezzi termini “un delinquente”, sottolineando che l’arresto dimostra la volontà del corpo di fare piena chiarezza al proprio interno. L’immagine sana, dice, è quella degli investigatori della questura di Milano che stanno lavorando per accertare la verità, perché la fiducia dei cittadini è il primo patrimonio da difendere.

Sul fronte opposto, la segretaria del Pd Elly Schlein attacca il governo, giudicando grave la gestione politica della vicenda e chiedendo un ripensamento sulla parte del nuovo decreto sicurezza che, a suo dire, introdurrebbe un’“impunità preventiva” per le forze dell’ordine. Secondo Schlein, gli agenti chiedono risorse e personale, non scudi normativi. Il caso Rogoredo, dunque, oltre al profilo giudiziario, si trasforma in un nuovo terreno di scontro politico sul tema della sicurezza e delle garanzie per chi indossa la divisa.

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