
Il buio fuori dal finestrino correva veloce quanto i pensieri di un ragazzo che voleva solo tornare a casa, ignaro che quel vagone si sarebbe trasformato in una trappola senza via d’uscita. In un istante, il brusio metallico delle rotaie è stato soffocato da grida cariche di un livore inspiegabile, mentre un cerchio di ombre si stringeva attorno a lui, isolandolo dal resto del mondo. Non c’era un motivo, non c’era una colpa, solo la ferocia gratuita di chi cerca un bersaglio per sentirsi forte. In quel perimetro di sedili e luci al neon, il tempo si è dilatato, trasformando un tragitto banale in un incubo di violenza e solitudine, dove l’unica difesa è diventata il silenzio dignitoso di chi subisce l’impatto senza rinunciare alla propria umanità.
La cronaca della brutale aggressione
I fatti risalgono alla notte del 28 febbraio, precisamente sul treno regionale delle 22.06 che percorre la tratta tra Foggia e Bari. La vittima è un giovane di diciannove anni, descritto come un ragazzo tranquillo e appassionato di natura, che stava semplicemente viaggiando per raggiungere la propria fidanzata. All’altezza della stazione di Trani, un gruppo composto da circa quindici giovanissimi è salito a bordo, portando con sé un clima di tensione immediata tra fumo di sigaretta, schiamazzi e provocazioni dirette ai passeggeri. Quello che inizialmente sembrava solo un comportamento molesto si è trasformato rapidamente in un assalto di gruppo, con il diciannovenne circondato e colpito ripetutamente dai membri della gang, che hanno persino filmato la scena per poi diffonderla con orgoglio sui canali social.
Nonostante la pioggia di colpi e le pesanti minacce di morte, il ragazzo ha scelto di non rispondere alla violenza con altra violenza. Il padre del giovane, Vincenzo Rizzi, ex esponente politico del Movimento 5 Stelle, ha sottolineato come la reazione del figlio non sia stata dettata dalla passività, bensì da un estremo senso di autocontrollo e istinto di sopravvivenza. Rimanere lucidi mentre si viene colpiti e insultati pesantemente richiede una forza d’animo fuori dal comune. Il giovane ha tentato una prima fuga scendendo alla fermata di Bisceglie, ma il branco lo ha inseguito fin sulla banchina, continuando il pestaggio e fermandosi solo grazie all’intervento provvidenziale di un altro passeggero che ha interrotto la furia dei minorenni.
Le falle nel sistema di sicurezza
Un aspetto particolarmente inquietante del racconto riguarda l’apparente immobilismo dei responsabili della sicurezza sul treno. Secondo quanto riportato, il personale di bordo non sarebbe intervenuto per sedare il tumulto o proteggere il passeggero in difficoltà. Ancora più grave è il dettaglio relativo alla richiesta di aiuto: dopo l’aggressione, con il volto tumefatto e un dente scheggiato, il ragazzo ha chiesto che venissero allertate le forze dell’ordine, sentendosi rispondere che avrebbe dovuto chiamarle autonomamente. Tuttavia, il giovane era impossibilitato a farlo poiché la gang gli aveva sottratto il telefono cellulare. Solo la solidarietà di un viaggiatore salito a Bisceglie gli ha permesso di utilizzare uno smartphone per contattare i soccorsi e la famiglia.
Dopo l’esposto presentato presso la Polizia Ferroviaria di Foggia, gli investigatori hanno avviato un’attività d’indagine serrata, facilitata anche dalle immagini pubblicate incautamente dagli stessi aggressori sul web. Al momento, la polizia è riuscita a identificare quattordici minorenni che avrebbero preso parte all’azione punitiva, mentre resta da rintracciare un ultimo componente del gruppo. La famiglia della vittima, assistita dall’avvocatessa Innocenza Starace, attende ora che la giustizia faccia il suo corso, mentre il padre continua a interrogarsi pubblicamente sulla responsabilità educativa dei genitori di questi ragazzi e sul fallimento dei protocolli di tutela all’interno dei trasporti pubblici.
Una riflessione sulla deriva sociale
Il lungo sfogo di Vincenzo Rizzi termina con un monito che scuote le coscienze dei cittadini e delle istituzioni. Non si tratta solo di un episodio di microcriminalità, ma del segnale di una deriva culturale dove la violenza viene vissuta come una forma di intrattenimento da condividere online. Il dolore fisico del diciannovenne, curato presso il Policlinico di Bari, guarirà nel tempo, ma restano profonde le ferite psicologiche legate alla sensazione di abbandono provata su quel treno. La pretesa di giustizia e civiltà avanzata dalla famiglia Rizzi diventa così un appello collettivo affinché simili episodi non vengano mai più considerati come una tragica ma inevitabile normalità.


