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“Non ci permettono di votare”. Referendum, scoppia il caso: “Siamo più di 300mila”

Pubblicato: 20/03/2026 18:50

Il referendum costituzionale del 2026 si avvicina e, oltre al confronto sul quesito, sta esplodendo un altro tema che rischia di pesare davvero sulla partecipazione: il voto dei fuorisede. Tra biglietti alle stelle, viaggi interminabili e incastri logistici impossibili, in tantissimi potrebbero ritrovarsi davanti a una scelta amara: spendere (tanto) per votare o rinunciare.

Il nodo è diventato politico e sociale insieme, perché tocca un punto delicatissimo: l’uguaglianza nell’accesso alla democrazia. E mentre si discute di “sì” o “no” alla riforma, c’è chi denuncia che, nei fatti, non tutti partono dallo stesso punto.

Referendum 2026, la questione che brucia: chi è fuori sede rischia di restare fuori

Secondo quanto ricostruito, l’11 febbraio 2026 il Parlamento ha respinto tutti gli emendamenti al decreto legge Elezioni (n. 196/2025), compresi quelli delle opposizioni che puntavano a garantire il voto ai fuorisede. La motivazione del governo è stata netta: “tempi tecnici insufficienti”.

Il risultato, però, è pesante: anche in un appuntamento come il referendum costituzionale (in cui si sceglierà tra “sì” e “no” alla separazione delle carriere dei magistrati), circa 5 milioni di persone avrebbero diritto a votare nella città dove vivono, ma saranno costrette a rientrare nel Comune di residenza.

Referendum 2026, voto e polemica sui fuorisede

“Un centinaio di euro per votare”: storie di chi prova a farcela

Come riporta La Repubblica nell’edizione di Bari, la Puglia è dentro questo scenario senza eccezioni: i pugliesi coinvolti sarebbero 325.962 (secondo gli ultimi dati). E le testimonianze raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa significhi, oggi, “tornare a casa” solo per mettere una croce sulla scheda.

Luca, trentenne di Andria, spiega: “Da Roma scenderò con l’autobus proprio perché recentemente i prezzi dei treni sono aumentati troppo. Tra andata e ritorno ho pagato un centinaio di euro, il prezzo è aumentato rispetto a prima, però credo che votare sia un dovere civico molto importante, anche se comporterà uno sforzo da parte mia”.

Viaggi e costi per votare: il caso dei fuorisede

Quando votare diventa un’impresa: costi, coincidenze e rinunce

Non tutti, però, hanno margini economici o tempo per gestire l’ennesimo viaggio. Federico vive a Roma per studiare ma è originario di Gravina di Puglia e dice chiaramente: “Non andrò alle urne anche se ci sono degli sconti per viaggiare sui treni, per me resta complicato sia a livello economico che logistico: “Per arrivare a Gravina dovrei fare essenzialmente Roma- Bari e da lì fare un cambio di stazione per arrivare a Gravina prendendo un altro biglietto. Altrimenti con un pullman, sempre se ci sono…”.”

La geografia, in questi casi, cambia tutto. C’è chi è più vicino e riesce a organizzarsi. Giovanni Senese, giovane lavoratore, da Napoli impiegherà circa due ore e mezza per raggiungere Andria e per lui è un gesto che conta: “è un dovere civico, e sopratutto si tratta di un referendum confermativo, non ci sarà quorum e quindi è doveroso andare a votare…”.

All’estero si può, in Italia no: l’effetto confronto che accende la polemica

C’è poi chi guarda l’Italia da fuori e non può non notare la differenza. Manuel, ingegnere informatico trentottenne originario di Gallipoli, vive da cinque anni a Barcellona. È residente all’estero e iscritto all’A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero): ha votato quando gli è arrivato il plico a casa, il 6 marzo. (In Spagna è possibile votare per corrispondenza facendo domanda all’ufficio provinciale).

Ed è qui che il punto diventa quasi “pop” nel senso più concreto: se sei nel posto “giusto”, votare è semplice. Se sei in Italia ma lontano dal Comune di residenza, può trasformarsi in un percorso a ostacoli.

Voto fuorisede e disuguaglianze: il tema al centro della protesta

La protesta e il tema disuguaglianze: “non basta lo sconto sul treno”

Secondo Yari Russo di The Good lobby, organizzazione no-profit che ha presentato una proposta di legge di iniziativa popolare per il voto fuorisede e che il 20 marzo invita a scendere in piazza (a Roma e a Milano) per chiedere una legge definitiva, il punto è più profondo del singolo biglietto: “Un aspetto dell’argomento del voto fuori sede che purtroppo spesso viene trascurato, è che al di là del tema del diritto democratico a esercitare il proprio diritto al voto, c’è anche un’intersezione con tutta una serie di disuguaglianze che esistono già e si accavallano: c’è il tema della questione meridionale, per cui i fuori sede sono quasi tutti del sud”.

“Quindi ancora una volta un territorio già in qualche modo sottorappresentato, si vede ulteriormente danneggiato dall’assenza di questo diritto. Lo stesso discorso vale sui giovani secondo me, cioè moltissimi fuori sede sono giovani o quantomeno fuori sede che magari non possono permettersi ancora di spendere chissà quanti soldi, anche perché se provieni da una città come Napoli tutto sommato è facile arrivare lì perché è ben collegata. È chiaro che per un ragazzo che vive in un paesino sperduto delle aree interne è diverso, magari deve viaggiare in pullman senza nessun tipo di riduzione, quindi ancora una volta chi è già agevolato e vive in città, prende un treno veloce e arriva in quattro ore da Milano a Napoli”.

Non riguarda “solo qualcuno”: i numeri che fanno discutere

L’idea che il voto fuorisede sia un problema di nicchia viene respinta con decisione. “Sbagliato credere che l’argomento del voto fuorisede sia una cosa che interessa solo ad una parte dell’elettorato: “Quest’anno senza la normativa sul voto fuori sede, solo i rappresentanti di lista che hanno fatto richiesta sono più di 20mila, almeno per i partiti delle opposizioni, ma anche alcuni partiti di centrodestra hanno fatto per questa procedura, quindi saranno anche di più” conclude.

Intanto, mentre il Paese si prepara al referendum, resta la domanda che rimbalza ovunque: quanti, tra costi e distanze, riusciranno davvero a essere presenti alle urne?

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