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Ungheria, la fine dell’ambiguità: la vittoria di Magyar riapre la storia europea

Pubblicato: 12/04/2026 21:52

Sono diventato adolescente dentro un anticomunismo quasi istintivo, fatto più di immagini e suggestioni che di teoria. Tra queste, una su tutte: “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest”, la canzone del 1966 di Pier Francesco Pingitore che ricordava la rivolta del 1956, schiacciata dai carri armati sovietici. Era una memoria cantata, ma anche una promessa: quella di un’Europa dell’Est che prima o poi si sarebbe liberata davvero. Poi arrivò il 1989. Le immagini del Muro, le persone sopra quella linea di cemento che diventava improvvisamente attraversabile, la sensazione netta che un mondo stesse finendo. La caduta del Muro di Berlino non fu solo un evento storico: fu un’emozione collettiva, un momento in cui milioni di europei si sentirono parte della stessa storia.

Quella notte molti piansero. Non per nostalgia, ma per liberazione. Era l’idea che la storia, per una volta, avesse preso la direzione giusta. E invece, negli anni successivi, quella linea non è mai scomparsa del tutto. Si è trasformata. A Est è riemerso un altro modello di potere, meno ideologico ma altrettanto verticale, incarnato oggi da Vladimir Putin. L’illusione di una convergenza naturale verso la democrazia liberale si è infranta lentamente, fino a spezzarsi del tutto con l’invasione dell’Ucraina, quando quella frattura è tornata visibile e brutale. Anche allora, per molti, è stato un momento emotivo prima ancora che politico: il ritorno improvviso di una storia che si pensava archiviata.

È dentro questa traiettoria che va letta la parabola dell’Ungheria di Viktor Orbán. Un leader nato politicamente nell’anticomunismo e nel rifiuto dell’influenza sovietica, che nel tempo ha costruito un sistema definito da lui stesso di democrazia illiberale. Una formula che, al di là delle definizioni, ha significato una progressiva distanza dall’Europa politica e culturale, accompagnata da una crescente ambiguità nei confronti di Mosca. Per chi viene da quella storia, per chi ha vissuto il 1989 come un punto di non ritorno, questa evoluzione è stata più di una scelta politica: è stata una contraddizione profonda.

Per questo, anche per questo, la vittoria di Péter Magyar rappresenta qualcosa di più di un semplice cambio di governo. Non è la vittoria della sinistra, né un ribaltamento ideologico nel senso classico del termine. È, piuttosto, l’emergere di una destra europeista, che prova a tenere insieme identità conservatrice e appartenenza europea, rompendo il cortocircuito tra sovranismo e fascinazione per modelli autoritari. In un’epoca in cui il vero spartiacque politico non è più tra destra e sinistra, ma tra chi lavora per rafforzare l’Europa e chi, consapevolmente o meno, ne indebolisce le fondamenta, questo passaggio assume un valore strategico.

Non ci sono garanzie. La storia europea degli ultimi trent’anni è piena di illusioni e di delusioni. Lo stesso Magyar viene da quella stagione, ne è stato parte, e questo impone cautela. Ma la politica è anche questo: riconoscere quando si apre una possibilità, senza trasformarla subito in certezza. Il fatto che a sostenerlo sia stata in larga parte la generazione più giovane non è una prova, ma è un segnale. Dice che, anche a Est, esiste ancora una domanda di Europa che non si esaurisce nella retorica, ma cerca rappresentanza politica.

E allora torna, quasi inevitabilmente, quella memoria iniziale. Non come nostalgia, ma come chiave di lettura. “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest” non è più il canto di una rivolta contro i carri armati. È, oggi, il simbolo di una possibilità diversa: quella di un’Est che non sia più terreno di competizione tra modelli di potere, ma parte piena di un progetto europeo finalmente consapevole di sé. Non è una vittoria definitiva. Ma è, almeno, la fine di un’ambiguità.

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Ultimo Aggiornamento: 12/04/2026 22:11

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