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“Sono diventato un bersaglio!”. Il famoso giornalista italiano in pericolo: cosa succede

Pubblicato: 28/05/2026 10:15

Ci sono momenti in cui una telefonata riesce a dividere la vita in due parti nette. Un prima fatto di abitudini, libertà quotidiane e gesti automatici. Un dopo segnato invece da controlli, percorsi programmati e uomini della scorta sempre presenti accanto. È il momento in cui la normalità cambia improvvisamente volto e la percezione del pericolo smette di essere un concetto astratto.

Per chi fa il mestiere del giornalista, soprattutto quando si occupa di politica, terrorismo e conflitti ideologici, il confine tra parola scritta e minaccia concreta può diventare sottile. Le polemiche pubbliche, gli attacchi sui social e il clima d’odio che spesso accompagna il dibattito politico rappresentano da tempo una realtà quotidiana. Ma ci sono situazioni in cui la tensione supera il livello dello scontro verbale e diventa qualcosa di molto più serio.
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Il racconto di Mario Sechi

A raccontare questo passaggio è stato Mario Sechi, direttore di Libero, in un lungo editoriale pubblicato sul quotidiano e rilanciato anche sui social. Sechi ha spiegato di essere stato posto sotto tutela dopo una minaccia considerata concreta dalle autorità.

Il giornalista descrive il momento in cui ha ricevuto la telefonata del prefetto di Roma, Claudio Sgaraglia, seguita dall’arrivo del questore Bruno Megale, incaricato di comunicargli l’attivazione della misura di protezione.

Nel suo racconto emerge lo spaesamento di fronte a una decisione improvvisa destinata a modificare radicalmente la vita quotidiana. Sechi spiega di aver inizialmente rifiutato l’idea della scorta, sostenendo di non averla mai desiderata né richiesta. Una posizione però superata dalla valutazione delle autorità, che hanno ritenuto necessario garantire la protezione del direttore di Libero.

La minaccia anarchica e il riferimento al “gruppo Cospito”

Nel suo editoriale, Mario Sechi collega la decisione delle autorità all’ambiente anarco-insurrezionalista vicino al cosiddetto “gruppo Cospito”. Il direttore di Libero racconta di aver compreso la gravità della situazione nel momento in cui gli investigatori gli hanno spiegato il contesto della minaccia.

Sechi richiama anche la recente esplosione avvenuta nel Casale del Sellaretto, nella zona di Capannelle a Roma, dove hanno perso la vita Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone mentre, secondo quanto emerso, stavano fabbricando un ordigno artigianale.

Nel testo il giornalista cita inoltre la figura di Alfredo Cospito, detenuto al regime di carcere duro e considerato un riferimento simbolico dell’area anarchica radicale. Sechi ricorda gli attentati attribuiti all’anarchico negli anni passati, compreso il ferimento dell’allora amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi.

Secondo il direttore di Libero, il fatto di aver commentato editorialmente l’esplosione nel casolare romano sarebbe stato sufficiente a trasformarlo in un obiettivo della galassia anarchica.

La vita cambiata dalla scorta

Nel racconto pubblicato da Libero, Sechi descrive anche l’impatto della protezione sulla vita privata e professionale. Abitudini semplici come muoversi autonomamente, prendere la metropolitana o decidere all’ultimo momento un appuntamento sarebbero diventate impossibili.

Il giornalista spiega che ogni spostamento viene ora programmato e monitorato dagli agenti incaricati della sua sicurezza. Una condizione nuova che, come racconta lui stesso, comporta inevitabilmente una limitazione della libertà personale.

Non manca però il riconoscimento verso il lavoro degli uomini della scorta. Sechi definisce gli agenti “servitori dello Stato” e sottolinea il valore umano e professionale di chi è chiamato a proteggere persone esposte a rischi concreti.

Il ricordo di Marco Biagi

Nel suo editoriale, Mario Sechi richiama anche il ricordo dell’omicidio di Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002 davanti alla propria abitazione a Bologna.

Il direttore di Libero racconta di trovarsi allora al Giornale come capo della redazione romana e di aver appreso la notizia pochi minuti dopo l’attentato. Un episodio che, secondo Sechi, rappresenta ancora oggi uno spartiacque nella memoria di molti giornalisti italiani.

Il riferimento a Biagi serve al direttore per spiegare come il terrorismo continui a rappresentare una minaccia concreta per chi scrive e prende posizione pubblicamente su temi politici e ideologici.

“Continuo a scrivere”

Nella parte finale del suo intervento, Mario Sechi riflette sul clima di violenza verbale che caratterizza il dibattito pubblico contemporaneo. Il giornalista distingue gli attacchi dei cosiddetti “leoni da tastiera” dalle minacce considerate realmente operative dagli investigatori.

Secondo Sechi, nel caso della galassia anarchica il confine sarebbe stato superato, entrando in una dimensione fatta di esplosivi, progetti di attentati e obiettivi concreti.

Nonostante la nuova condizione di vita e la protezione costante, il direttore di Libero conclude ribadendo la volontà di continuare a scrivere e svolgere il proprio lavoro, senza lasciarsi intimidire dalle minacce ricevute.

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