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“Cani contro i manifestanti e proiettili di gomma”: la proposta che divide l’Italia, cosa succede

Pubblicato: 20/10/2026 17:17

Gli scontri di Milano diventano terreno di scontro politico e spingono Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci, a presentare una proposta di legge destinata a far discutere. Il testo, sottoscritto dagli otto deputati della formazione e presentato con prima firma di Edoardo Ziello, punta a inasprire drasticamente le regole sulle manifestazioni pubbliche, introducendo nuove sanzioni per organizzatori e partecipanti, maggiori poteri per le forze dell’ordine e un sistema di tutela rafforzata per gli agenti che ricorrono all’uso della forza. Tra le misure previste figurano pene detentive, multe fino a 50mila euro, impiego delle Forze armate e autorizzazione all’utilizzo di proiettili di gomma e unità cinofile. Il disegno di legge contempla inoltre limitazioni ai risarcimenti per chi rimane ferito durante interventi legittimi e la revoca della cittadinanza italiana in determinate circostanze. Si tratta di una proposta parlamentare, non di norme già in vigore, che apre un confronto delicato sul rapporto tra sicurezza pubblica, diritto di manifestare e responsabilità delle forze di polizia.

Il primo capitolo del provvedimento riguarda gli obblighi di comunicazione preventiva alla Questura. La normativa attuale prevede già che le manifestazioni in luogo pubblico siano preavvisate almeno tre giorni prima, ma il testo di Futuro nazionale punta a rendere molto più pesanti le conseguenze della violazione. La mancata comunicazione verrebbe considerata automaticamente una situazione di pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica, consentendo così interventi più incisivi da parte delle autorità. Per chi organizza una manifestazione senza averla preannunciata, la multa massima salirebbe da 10mila a 15mila euro, con l’introduzione della reclusione fino a un anno. Per chi scende in piazza nonostante un divieto della Questura, invece, la sanzione pecuniaria arriverebbe fino a 50mila euro, accompagnata da una pena detentiva fino a due anni.

Le conseguenze potrebbero riguardare anche i partecipanti che non rispettano gli ordini delle autorità. Secondo la proposta, il rifiuto di lasciare il luogo della manifestazione oppure la violazione dei tempi e degli itinerari stabiliti dalla Questura potrebbero portare all’arresto in flagranza. Il testo introduce inoltre un nuovo strumento amministrativo: un regolamento provinciale delle manifestazioni pubbliche, da emanare attraverso il ministero dell’Interno. Anche la violazione di queste disposizioni potrebbe comportare sanzioni fino a 50mila euro e due anni di carcere. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il controllo preventivo delle iniziative pubbliche, ma la portata delle misure solleva interrogativi sull’equilibrio tra prevenzione dei disordini e tutela del diritto costituzionale di riunione.

Il secondo articolo interviene sulla gestione dell’ordine pubblico durante le manifestazioni. In presenza di indizi di possibili atti contrari alla sicurezza pubblica, la Prefettura sarebbe tenuta a disporre l’intervento delle Forze armate, i cui militari riceverebbero in tali circostanze poteri analoghi a quelli della polizia giudiziaria. Una previsione che amplia il ruolo dei militari nella gestione di situazioni potenzialmente conflittuali, affiancandoli alle forze di polizia già impegnate sul territorio. La proposta punta così a rafforzare la capacità di risposta dello Stato in caso di disordini, prevedendo un impiego più diretto delle risorse militari anche nelle fasi preventive.

Tra gli aspetti più controversi figurano gli strumenti previsti per disperdere gli assembramenti e affrontare chi non rispetta gli ordini di scioglimento. Il testo contempla l’impiego di munizioni a impatto controllato non letali, compresi i proiettili di gomma, oltre all’utilizzo di unità cinofile specializzate nei servizi di ordine pubblico. I cani potrebbero essere impiegati per attività di sbarramento, dissuasione, interdizione delle aree e contenimento dei gruppi responsabili di condotte violente. La proposta, dunque, non si limita a rafforzare le sanzioni successive ai disordini, ma interviene direttamente sulle modalità operative degli interventi sul campo. Proprio l’eventuale ricorso a strumenti potenzialmente lesivi e l’ampiezza dei poteri attribuiti agli operatori rappresentano alcuni dei punti più sensibili del provvedimento.

Un’altra disposizione riguarda le pene per chi viene arrestato in flagranza durante una manifestazione. Il disegno di legge prevede un inasprimento del trattamento sanzionatorio per una serie di condotte, tra cui determinati reati contro l’ordine pubblico, violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale, oltre ai casi in cui l’allontanamento dall’itinerario stabilito crei un pericolo per l’incolumità pubblica. Per le fattispecie individuate dal testo, la reclusione non dovrebbe essere inferiore a sei anni, con l’aggiunta obbligatoria di lavori di pubblica utilità. Si tratta di un’impostazione particolarmente rigorosa, che punta a rendere più severe le conseguenze penali per chi commette reati nel contesto delle proteste. L’applicazione concreta di eventuali pene, tuttavia, dipenderebbe dalle fattispecie contestate e dalle decisioni dell’autorità giudiziaria.

La proposta interviene anche sul versante dei risarcimenti e della cittadinanza. Chi riportasse lesioni durante azioni legittimamente compiute dalle forze di polizia o dalle Forze armate non avrebbe diritto, secondo il testo, a indennizzi o rimborsi. Un’altra disposizione prevede la revoca della cittadinanza italiana per le persone arrestate che l’abbiano acquisita dopo essere state cittadine di uno Stato extracomunitario. Anche queste misure sollevano questioni giuridiche rilevanti, soprattutto per quanto riguarda i presupposti della responsabilità, il diritto al risarcimento e i limiti costituzionali delle sanzioni. La loro introduzione richiederebbe comunque l’approvazione parlamentare del disegno di legge e il rispetto dei vincoli normativi applicabili.

La parte più delicata del provvedimento riguarda però lo scudo legale per gli agenti, che punta a ridurre le conseguenze penali, civili, amministrative, contabili e disciplinari derivanti dall’uso della forza durante gli interventi di ordine pubblico. Il testo prevede che, quando risulti manifestamente evidente la presenza di una causa di giustificazione, il pubblico ministero proceda all’archiviazione diretta oppure chieda al giudice di archiviare il procedimento, con una decisione prevista entro cinque giorni. La riapertura delle indagini sarebbe consentita soltanto quando sia ragionevolmente prevedibile l’individuazione di nuove fonti di prova. Un meccanismo che, se approvato, modificherebbe le modalità di valutazione iniziale delle condotte degli operatori coinvolti negli interventi.

Il disegno di legge stabilisce inoltre che non sia punibile il pubblico ufficiale che utilizzi o ordini di utilizzare le armi quando sia costretto dalla necessità di respingere una violenza o vincere una resistenza all’autorità. Nella valutazione della necessità e della proporzionalità dell’intervento dovrebbero essere considerate le circostanze concrete, le modalità dell’aggressione o della resistenza e la percezione del pericolo attuale o imminente da parte dell’agente. In alcuni casi, tra cui la prevenzione di reati particolarmente gravi come strage, omicidio volontario, rapina a mano armata, sequestro di persona e devastazione e saccheggio durante manifestazioni pubbliche, il testo introduce una presunzione di necessità dell’uso della forza. Salvo la dimostrazione di una palese e manifesta irragionevolezza o sproporzione, verrebbe esclusa ogni responsabilità penale, civile, amministrativa, contabile e disciplinare. È proprio questo punto a rendere la proposta particolarmente controversa: da una parte la volontà di garantire agli agenti maggiore protezione durante situazioni ad alto rischio, dall’altra il timore che uno scudo così ampio possa rendere più difficile accertare eventuali abusi. Il confronto parlamentare dovrà chiarire se e in quale forma queste disposizioni potranno conciliarsi con i principi di proporzionalità, responsabilità individuale e tutela dei diritti fondamentali.

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