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“A chi appartiene il dna su jean e sacco nero”. Liliana Resinovich, la verità arriva ora

Pubblicato: 22/10/2026 11:04

Una nuova scoperta riaccende l’attenzione su uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi anni. Gli accertamenti scientifici sui reperti legati a una morte ancora al centro delle indagini hanno permesso di fare chiarezza su alcune tracce biologiche individuate durante le analisi, aprendo nuovi interrogativi sulla loro origine. Il Dna maschile trovato su alcuni oggetti potrebbe non essere legato al delitto, ma a successive attività investigative, mentre altre tracce restano ancora senza un’identificazione certa. Un passaggio importante per distinguere gli elementi effettivamente utili alle indagini da quelli riconducibili alla manipolazione dei reperti.

La novità arriva dagli approfondimenti della polizia scientifica, che hanno consentito di ricostruire l’origine di alcune tracce individuate sugli indumenti e sui sacchi che avvolgevano il corpo della vittima. La comparazione avrebbe infatti collegato uno dei profili maschili a un operatore che aveva maneggiato i reperti nel corso degli accertamenti del 28 luglio 2023. Non tutte le tracce di Dna, però, hanno trovato una spiegazione: altri profili e impronte restano da attribuire, mentre gli investigatori continuano a esaminare gli elementi raccolti per chiarire le circostanze della morte.

La vicenda riguarda Liliana Resinovich, la donna di 63 anni scomparsa da Trieste il 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel roseto dell’ex ospedale psichiatrico provinciale. Per la sua morte è indagato il marito, Sebastiano Visintin, con l’accusa di omicidio. Le nuove risultanze si inseriscono nel quadro degli approfondimenti tecnici sui reperti, fondamentali per verificare la presenza di eventuali elementi riconducibili alla vittima, all’indagato o ad altre persone.

Nella perizia erano stati segnalati tre differenti profili di Dna maschile sugli oggetti appartenuti a Liliana o recuperati durante le indagini. Uno era stato individuato sui jeans indossati dalla donna e su uno dei sacchi neri che avvolgevano il corpo. Gli altri due erano stati rilevati sul cordino utilizzato per legare le chiavi trovate nella borsa della vittima e sulla maglietta, dove era stata isolata una traccia indicata come «Ancona 1». Questi ultimi profili non risultavano riconducibili a quello dell’indagato e non coincidevano tra loro.

La comparazione effettuata dalla polizia scientifica avrebbe permesso di chiarire l’origine del profilo trovato sui pantaloni e sul sacco nero. Le tracce sarebbero riconducibili a un operatore che il 28 luglio 2023 aveva maneggiato i reperti durante le attività di analisi. Si tratterebbe quindi di una contaminazione avvenuta nel corso degli accertamenti, un elemento importante per interpretare correttamente i risultati della perizia ed evitare che una traccia estranea ai fatti venga considerata un indizio legato alla morte della donna.

Ulteriori verifiche dattiloscopiche hanno consentito di individuare altre quattro tracce sui sacchi neri, che sarebbero compatibili con un contatto con un guanto da lavoro nero trovato nei pressi del corpo. Al momento, tuttavia, non è stato possibile stabilire chi abbia indossato quel guanto. Anche questo elemento resta quindi da approfondire: la presenza di un possibile contatto può contribuire alla ricostruzione degli eventi, ma non permette da sola di identificare una persona o di chiarire quando e in quali circostanze sia avvenuto.

Restano senza un’attribuzione certa anche il profilo maschile rilevato sul cordino delle chiavi e la traccia ricavata da un capello trovato sulla maglietta di Liliana, indicata come «Ancona 1». Secondo quanto emerso dalla perizia, il profilo individuato sul cordino è complesso e non ha potuto essere identificato attraverso il confronto con il Dna di Visintin o di altri uomini vicini alla vittima. L’origine di queste tracce rimane dunque sconosciuta e non è possibile stabilire, sulla base dei soli risultati disponibili, a chi appartengano o quale significato abbiano nella ricostruzione del caso.

Un punto evidenziato negli accertamenti riguarda proprio l’assenza di corrispondenze con il profilo genetico di Sebastiano Visintin. Le tracce analizzate non sono state attribuite al marito della donna né ad altre persone a lei vicine. Questo risultato, tuttavia, non equivale di per sé a una conclusione definitiva sulle responsabilità o sull’estraneità di qualcuno: il valore degli elementi scientifici deve essere valutato insieme agli altri riscontri raccolti dagli investigatori e alle circostanze complessive della vicenda.

Il prossimo passaggio è fissato per il 30 ottobre, quando si svolgerà l’udienza dedicata ai risultati della lunga perizia consegnata il 12 ottobre. Un appuntamento importante per esaminare le conclusioni degli esperti e valutare il significato delle tracce biologiche e degli altri elementi tecnici. Il 2 ottobre, intanto, Visintin era stato convocato in Procura per essere interrogato, ma, alla presenza dei suoi legali, si era avvalso della facoltà di non rispondere. Le nuove verifiche rappresentano un ulteriore tassello in un’indagine complessa, nella quale la distinzione tra tracce spiegate, profili ancora ignoti e prove effettivamente rilevanti sarà decisiva per fare chiarezza sulla morte di Liliana Resinovich.

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