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Nir Oz, nella casa dove Hamas ha sterminato una famiglia: cinque sorrisi tra le macerie del 7 ottobre

Pubblicato: 28/10/2026 22:37

C’è un quaderno aperto, appoggiato sopra un tavolino, con un cuore rosso spezzato disegnato su una pagina. Poco più in là, alcune candele, dei fiori, fotografie di famiglia. Alle spalle, una casa devastata dalle fiamme, con il tetto sventrato, le pareti annerite e i pavimenti ricoperti di calcinacci. Siamo a Nir Oz, il kibbutz israeliano a poco più di un chilometro dalla Striscia di Gaza, dove il 7 ottobre 2023 i terroristi di Hamas hanno compiuto uno dei massacri più terribili della loro offensiva contro Israele. Qui, davanti a questa abitazione, la tragedia assume una dimensione che nessuna statistica riesce a raccontare.

Sulle pareti sono state sistemate le fotografie di una famiglia. Un uomo e una donna sorridenti, tre bambini che giocano, si abbracciano, guardano l’obiettivo con quella naturalezza che soltanto l’infanzia possiede. In una delle immagini, il più piccolo tiene in mano un frutto giallo, mentre le sorelle gli stanno accanto. Sono fotografie di una normalità assoluta, quelle che riempiono i telefoni di milioni di genitori. Poi lo sguardo si sposta sulle pareti bruciate, sul soffitto distrutto, sui resti di quella che era una casa. Cinque persone hanno perso la vita qui, in una mattina che ha cancellato un’intera famiglia e sconvolto per sempre una comunità.

La famiglia Kedem Siman Tov e gli ultimi messaggi prima della strage

La storia di questa casa è quella di Tamar Kedem Siman Tov, 35 anni, di suo marito Yonatan, conosciuto da tutti come Johnny, 36 anni, e dei loro tre bambini: le gemelle Shahar e Arbel, cinque anni e mezzo, e il piccolo Omer, appena due anni. Vivevano a Nir Oz, il kibbutz dove Johnny era nato e cresciuto. Si erano conosciuti durante il servizio militare, avevano viaggiato insieme e poi avevano deciso di costruire proprio qui la loro famiglia. Una scelta di vita, prima ancora che una scelta di residenza, in una comunità agricola dove il lavoro, l’educazione e la solidarietà rappresentavano ancora valori profondamente radicati.

Johnny lavorava nell’agricoltura, si occupava dei trattori e dei macchinari del kibbutz e amava trascorrere le giornate nei campi. Era uno di quegli uomini capaci di aggiustare praticamente qualsiasi cosa, sempre disponibili quando qualcuno aveva bisogno di una mano. Gli piacevano le feste collettive, le grigliate, le serate con gli amici. Tamar era un’educatrice, un’artista e una donna impegnata nella vita pubblica. Aveva contribuito alla nascita di progetti educativi e culturali e nel 2023 aveva deciso di candidarsi alla guida del consiglio regionale di Eshkol. Il suo slogan elettorale parlava di un futuro condiviso e di una speranza contagiosa. Aveva trentacinque anni e molti progetti da realizzare.

Ma sono soprattutto i dettagli dei bambini a restituire la dimensione di questa tragedia. Arbel amava ballare, arrampicarsi, correre nel fango e mangiare uva. Shahar adorava la cioccolata, la bicicletta, il calcio e i vestiti decorati con le farfalle. Omer, il più piccolo, era affascinato dai trattori come suo padre e giocava spesso con il cane di famiglia, Zuko. Aveva imparato a farsi capire anche quando non trovava le parole giuste. Erano tre bambini cresciuti tra il verde del kibbutz, le attività collettive e gli spazi aperti di una comunità che aveva scelto di vivere vicino al confine, nonostante i pericoli.

Alle 6.29 del 7 ottobre 2023, quando iniziarono gli allarmi, la famiglia si rifugiò nella stanza protetta dell’abitazione, insieme al cane. Erano ambienti costruiti per resistere agli attacchi missilistici provenienti da Gaza, ma non progettati per affrontare l’irruzione di uomini armati. Alle 9.20 i terroristi entrarono nella casa. Spararono decine di colpi contro la porta della stanza senza riuscire ad aprirla, poi incendiarono l’edificio. Johnny e Tamar cercarono disperatamente di proteggere i figli mentre il fumo penetrava nel rifugio. Le ricostruzioni successive hanno documentato una sequenza di violenza che non lasciò scampo a nessuno dei cinque. (ניר עוז⁠)

Di quelle ore restano anche alcuni messaggi. All’inizio dell’attacco Tamar aveva scritto nel gruppo WhatsApp delle madri del kibbutz per sapere se tutte stessero bene. Poi la situazione era precipitata. In un messaggio successivo aveva comunicato che stavano sparando contro di loro. Nell’ultimo, inviato quando era ormai ferita, aveva scritto che le loro condizioni erano gravissime. Johnny era riuscito a contattare la sorella, raccontandole che i terroristi erano entrati e stavano dando fuoco alla casa. «Ci stanno bruciando, stiamo soffocando», il contenuto del suo disperato messaggio. Nessuno riuscì a raggiungerli in tempo. (Times of Israel⁠)

La tragedia colpì anche la generazione precedente. Carol Siman Tov, madre di Johnny e nonna dei tre bambini, venne uccisa nello stesso attacco, nella propria abitazione a Nir Oz. Sei componenti della stessa famiglia persero così la vita in poche ore. Secondo la ricostruzione pubblicata dal kibbutz, le forze dell’esercito israeliano arrivarono soltanto molte ore dopo, quando gli assalitori avevano già lasciato la comunità. Della famiglia che si era rifugiata nella stanza protetta sopravvisse soltanto il cane Zuko. Un particolare quasi incredibile, che rende ancora più doloroso il racconto di quella mattina.

Le fotografie sulle pareti bruciate e la memoria di Nir Oz

Oggi la casa è ancora lì, ferita e in parte distrutta. Dall’esterno si vedono le strutture crollate, il cemento spezzato, il metallo contorto. Una catena delimita l’accesso alle macerie. All’interno, le pareti conservano le tracce del fuoco e il soffitto lascia filtrare la luce del giorno. Da una finestra senza vetri si intravede una pianta dai fiori rosa intensi, ancora viva nel giardino. È uno dei contrasti più impressionanti di questo luogo: la natura continua a crescere mentre l’abitazione sembra rimasta prigioniera di quella mattina di ottobre.

Qualcuno ha sistemato fotografie sulle pareti e costruito piccoli spazi per ricordare. Ci sono fiori in un vaso, oggetti personali, candele consumate e un candelabro ebraico. Non è un museo costruito per raccontare una tragedia lontana. È una casa nella quale una famiglia viveva davvero, trasformata dalla violenza in un luogo della memoria. Le immagini mostrano il mondo che esisteva prima: compleanni, abbracci, giochi, sorrisi. E proprio questa normalità rende la devastazione ancora più difficile da comprendere. Qui il terrorismo ha colpito persone che stavano trascorrendo un sabato mattina nelle proprie abitazioni.

La vicenda della famiglia Kedem Siman Tov è una delle storie simbolo del massacro di Nir Oz, dove, su una popolazione di circa 400 persone, 47 furono uccise nell’attacco e 76 vennero rapite e portate a Gaza. Intere famiglie furono distrutte, centinaia di abitazioni subirono danni e il kibbutz rimase per lungo tempo quasi completamente svuotato. Ma il 7 ottobre è diventato anche il simbolo di un altro trauma nazionale: il fallimento della protezione dello Stato nei confronti dei propri cittadini, abbandonati per ore mentre gli aggressori attraversavano le strade, entravano nelle case e portavano via gli ostaggi.

Tre anni dopo, Nir Oz sta cercando di tornare a vivere. Nell’ottobre 2026 circa 120 persone trascorrono nuovamente la notte nel kibbutz, tra residenti rientrati, volontari e persone impegnate nella ricostruzione. Sono in programma oltre 220 nuove unità abitative e molti degli edifici distrutti sono già stati demoliti. Ma alcune case restano in piedi, diventate il centro di una discussione dolorosa. C’è chi vorrebbe conservarle come testimonianza permanente del massacro e chi ritiene impossibile ricostruire una comunità nella quale i bambini debbano crescere circondati dalle rovine delle abitazioni dove altri bambini sono stati assassinati. (ynetglobal⁠)

La casa della famiglia Kedem Siman Tov è una delle più significative di questo dibattito. Nell’ottobre 2026, durante una commemorazione delle vittime, Reuma Kedem, madre di Tamar e nonna dei tre bambini, ha ricordato la famiglia proprio davanti ai resti dell’abitazione. Ha parlato del futuro che non sarebbe mai arrivato: le gemelle che avrebbero dovuto frequentare la terza elementare, il piccolo Omer che avrebbe dovuto andare all’asilo. Ha chiesto che finiscano la guerra, il lutto e il dolore. Parole che raccontano anche una sofferenza ulteriore: quella di chi continua a vivere e deve fare i conti, ogni giorno, con tutte le esperienze che i propri cari non potranno più conoscere.

Davanti a questa casa, la questione della memoria assume allora un significato diverso. Conservare quelle pareti significa impedire che scompaiano le tracce materiali di ciò che è accaduto. Demolirle significa, per altri sopravvissuti, provare a sottrarre la vita quotidiana alla presenza continua della morte. È una scelta che appartiene prima di tutto a chi ha vissuto questa tragedia. Una cosa, però, appare evidente osservando le fotografie, i fiori, quel quaderno aperto con un cuore spezzato: Nir Oz non è soltanto il luogo di un massacro. È il luogo in cui centinaia di persone avevano costruito una vita, una famiglia e un futuro.

E forse è proprio questo ciò che colpisce più profondamente nella casa dei Kedem Siman Tov. La violenza ha lasciato soltanto muri anneriti e oggetti spezzati, ma le fotografie continuano a raccontare qualcosa che le macerie, da sole, non potrebbero spiegare. Raccontano chi erano le persone che abitavano qui, cosa amavano, come trascorrevano le giornate, quali progetti avevano. Raccontano di un padre che lavorava nei campi, di una madre che voleva migliorare la propria comunità, di due bambine che amavano giocare e di un bambino che adorava i trattori. Una famiglia come tante altre, che una mattina di ottobre aveva cercato rifugio nella propria casa. E che da quella casa non è mai più uscita.

Ho mantenuto il pezzo come reportage sul luogo, facendo delle tue fotografie il filo narrativo e integrando i particolari biografici e le ricostruzioni documentate. La storia della famiglia, con i suoi dettagli quotidiani, è il centro del racconto; il dibattito sulla ricostruzione di Nir Oz ne costituisce il contesto attuale.

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