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Pusher ucciso dalla polizia a Rogoredo, svolta nelle indagini: “Era disarmato, niente impronte sulla pistola a salve”

Pubblicato: 19/02/2026 10:45

Un’indagine complessa, ancora in pieno svolgimento, sta facendo emergere nuovi interrogativi sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 26 gennaio scorso nel cosiddetto “boschetto” di Rogoredo, a Milano. L’uomo, ritenuto un presunto pusher attivo nella zona, sarebbe stato colpito durante un blitz antidroga. Ma la ricostruzione iniziale fondata sulla legittima difesa degli agenti intervenuti è oggi al centro di verifiche approfondite da parte della Procura di Milano.

Al centro dell’inchiesta c’è l’ipotesi che Mansouri potesse essere disarmato al momento dello sparo e che la pistola rinvenuta accanto al corpo – una replica di Beretta 92 con tappo rosso – possa essere stata collocata successivamente sulla scena. Un elemento che, se confermato, cambierebbe radicalmente il quadro dei fatti e le responsabilità penali.
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Le iscrizioni nel registro degli indagati

All’indomani dell’episodio, l’agente che ha esploso il colpo, Carmelo Cinturrino, è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario. Nei giorni successivi, anche quattro colleghi sono stati raggiunti da un avviso di garanzia per favoreggiamento e ritardo nei soccorsi.

Secondo quanto emerge dagli atti, gli inquirenti avrebbero riscontrato “anomalie e incongruenze” nella ricostruzione fornita dagli agenti. In particolare, la scientifica non avrebbe rilevato impronte digitali della vittima sull’arma giocattolo trovata accanto al cadavere. Un dettaglio che ha spinto i magistrati a ipotizzare che la pistola possa essere stata posizionata in un secondo momento.

La dinamica esatta della sparatoria resta da chiarire. Tuttavia, tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella che il tentativo di recuperare e collocare l’arma sulla scena abbia causato un ritardo di circa venti minuti nell’allerta dei soccorsi, mentre Mansouri si trovava in condizioni critiche.

Le contestazioni della Procura di Milano

Nel capo d’imputazione relativo ai quattro colleghi dell’agente si parla di omissione nel dare tempestivo avviso all’autorità sanitaria, con l’aggravante della violazione dei doveri connessi a un pubblico servizio. Un passaggio che evidenzia la gravità delle contestazioni mosse dalla Procura di Milano.

Nel verbale redatto la sera del 26 gennaio, Cinturrino ha riferito che la pistola si trovava a breve distanza dalla mano della persona colpita e che sarebbe stata spostata per motivi di sicurezza. Una versione che, secondo gli investigatori, presenterebbe punti non pienamente coerenti con gli accertamenti tecnici finora svolti.

L’ipotesi investigativa, ancora tutta da verificare, è che possa esserci stata una messinscena per giustificare l’uso dell’arma da fuoco nei confronti di un uomo che, al momento dello sparo, non sarebbe stato in grado di rappresentare una minaccia armata.

Il contesto del boschetto di Rogoredo

Il “boschetto” di Rogoredo è da tempo noto come area interessata da fenomeni di spaccio di droga e operazioni di contrasto da parte delle forze dell’ordine. Proprio in questo contesto si è svolto il blitz che ha portato alla morte di Mansouri.

Le indagini proseguono con accertamenti balistici, analisi tecniche e verifiche sulle comunicazioni intercorse tra gli agenti quella sera. Saranno questi elementi a delineare con maggiore precisione la sequenza degli eventi e a stabilire eventuali responsabilità penali.

Al momento, la posizione degli indagati resta coperta dalla presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva. Ma l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese punta a fare piena luce su un episodio che ha sollevato interrogativi delicati sul ricorso all’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e sulla corretta gestione delle operazioni di polizia in contesti ad alto rischio.

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