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Sanremo e il femminismo da palcoscenico: tante parole, poche donne davvero al centro

Pubblicato: 02/03/2026 10:09

Si dice “donne protagoniste” con la stessa leggerezza con cui si dice “serata storica”. Basta pronunciarlo e sembra vero. Poi però accendi la tv, guardi il Festival di Sanremo, e ti accorgi che la parola protagonista è diventata elastica: si allunga, si piega, si adatta a tutto. Anche al nulla. Quest’anno si è parlato di sensibilità, rispetto, libertà. Si è ripetuto come un mantra che “se una donna dice no, è no”. Applausi. Standing ovation morale. Ma tra un proclama e una battuta, tra un monologo e una pacca sulla spalla, la sensazione è rimasta sospesa: le donne erano davvero al centro o solo in bella vista?

Perché è facile costruire una narrazione di Sanremo femminista. Basta una frase giusta al momento giusto, una causa nobile messa in scaletta, un volto commosso all’una di notte. Più difficile è evitare di scivolare nel solito copione, quello in cui le donne sono evocazione, simbolo, ornamento. E quando si parla di simboli, il confine tra celebrazione e paternalismo è sottilissimo.

Laura Pausini, per esempio. Artista vera, carisma, ironia, talento. Eppure confinata in uno spazio ordinato, senza sbavature, senza libertà di uscire dal seminato. Un sorriso, qualche battuta, applausi educati. Tutto corretto, tutto pulito. Ma dov’era la scintilla? Dov’era l’azzardo? Se si invita una donna con quella storia e quella forza, la si lascia respirare o la si accompagna con il guinzaglio corto della conduzione perfettina?

E poi la comparsa che sa di déjà-vu: la top model internazionale portata sul palco come se fossimo tornati all’epoca delle vallette mute. Bellissima, certo. Impeccabile, certo. Ma perché? Per dire cosa? Per fare cosa? Se il messaggio è che la donna non è solo immagine, forse bisognerebbe evitare di usarla solo come immagine. Altrimenti l’effetto è quello di una cartolina patinata infilata in un discorso sulla parità: stona, anche se sorride.

Il momento più delicato, quello legato al tema dei femminicidi, è stato trattato con rispetto, questo va detto. Ma anche con una scelta di collocazione che dice molto. Quando un tema così centrale finisce in fondo alla notte, tra stanchezza e share già consolidati, il rischio è che diventi un passaggio obbligato, non un cuore pulsante. Le parole sono state giuste, il dolore autentico. Ma la gerarchia televisiva ha la sua grammatica, e quella grammatica non è mai neutra.

E poi la battuta di troppo. Quella che arriva dopo aver parlato di libertà femminile e rispetto. Un’uscita leggera, ironica nelle intenzioni, ma che riporta tutto a una dinamica antica: la moglie chiamata in causa, il commento sull’abbigliamento di un’altra donna, la gelosia messa lì come siparietto. Nulla di tragico, per carità. Ma proprio questo è il punto: non serve la tragedia per scivolare nel riflesso condizionato. Basta un automatismo.

Capitolo madri. Madri che si alzano dalla platea, madri che vengono abbracciate, madri che piangono. Momenti teneri, commoventi. Ma anche qui, la domanda resta: la donna è madre o è artista? È soggetto o è sempre relazione? Quando il racconto insiste sull’emozione materna come apice narrativo, si rischia di restringere il perimetro. Come se il modo più rassicurante per celebrare una donna fosse ricondurla al ruolo che non disturba nessuno.

Il Festival di Sanremo 2026 ha voluto parlare alle donne. Ha provato a farlo con messaggi, ospiti, simboli. Ma tra intenzione e risultato c’è una distanza che si misura nei dettagli. Nelle scalette, nelle battute, nei tempi concessi. Non basta dire che le donne sono protagoniste: bisogna lasciarle guidare la scena, sbagliare, esagerare, sorprendere. Senza didascalie, senza tutela.

Perché il sessismo più resistente non è quello urlato. È quello che si traveste da galanteria, da protezione, da ironia innocua. È quello che applaude la libertà ma poi la incornicia. E finché sul palco più famoso d’Italia la donna sarà soprattutto simbolo – madre, musa, ospite, bellezza – più che voce autonoma e centrale, il femminismo resterà una parola buona per i comunicati. Non una rivoluzione culturale in diretta.

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