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Domenico e i veleni del Monaldi: nuova accusa di una madre mentre 186 famiglie difendono il primario

Pubblicato: 08/03/2026 09:49

Il caso della morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni deceduto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, continua ad allargarsi e a gettare nuove ombre su uno dei centri cardiochirurgici più importanti del Sud Italia. Mentre la Procura indaga e il reparto vive giorni di tensione tra sospensioni, dimissioni e verifiche istituzionali, emerge la testimonianza di un’altra madre che racconta una storia simile. La donna sostiene che anche sua figlia, sottoposta a trapianto cardiaco nello stesso reparto, sia morta dopo un percorso clinico che oggi vuole riesaminare alla luce di quanto accaduto a Domenico.

Secondo quanto ricostruito, la vicenda risalirebbe all’agosto 2021, quando la bambina di un anno venne operata proprio nel reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi. Anche in quel caso, come mostrerebbe un video citato nelle indagini giornalistiche, il cuore destinato al trapianto sarebbe stato trasportato in un contenitore simile a quello utilizzato per l’intervento su Domenico. La piccola morì nel marzo 2023. All’epoca la famiglia non presentò denuncia, ma ora ha deciso di chiedere tutta la documentazione clinica per valutare eventuali azioni legali.

Indagini, dimissioni e clima pesante nel reparto

Il caso di Domenico resta al centro dell’inchiesta della Procura, che sta cercando di chiarire come sia stato possibile eseguire il trapianto di un cuore danneggiato. Nel frattempo sono partite anche le ispezioni del ministero della Salute e della Regione, mentre l’azienda ospedaliera cerca di contenere l’emergenza organizzativa che si è aperta nel reparto.

Nei giorni successivi alla tragedia si sono registrate diverse dimissioni e passi indietro. Il cardiologo Giuseppe Limongelli, che aveva seguito il bambino fin dai primi ricoveri e che sarebbe stato tenuto all’oscuro della decisione di procedere con il trapianto, ha rassegnato le dimissioni pochi giorni dopo l’intervento. Diversa la situazione del direttore amministrativo Alberto Pagliafora, che dopo aver annunciato l’addio per motivi familiari ha deciso di ritirarlo nel giro di poche ore.

Per garantire la continuità delle cure ai piccoli pazienti, la direzione dell’Azienda dei Colli, da cui dipende il Monaldi, ha firmato un accordo con l’ospedale Bambino Gesù di Roma. Una squadra di specialisti del centro romano affiancherà temporaneamente i medici napoletani per assicurare l’assistenza ai bambini cardiopatici ed evitare che le famiglie scelgano altre strutture.

Le accuse interne e la difesa dei genitori

Nel frattempo emergono anche documenti che descrivono un clima molto teso all’interno del reparto diretto dal primario Guido Oppido, tra i sette medici indagati e sospeso dall’azienda sanitaria dopo il trapianto del 23 dicembre. In una lettera inviata alla direzione da undici infermieri della sala operatoria, si parla di un ambiente di lavoro percepito come “fortemente tossico e intimidatorio”, con comportamenti ritenuti lesivi della dignità professionale.

Il coordinatore della sala operatoria, Francesco Farinaceo, avrebbe segnalato già prima dell’esplosione pubblica del caso un contesto definito insostenibile e pericoloso. Farinaceo era presente in sala operatoria il giorno dell’intervento e sarebbe stato tra i primi ad accorgersi che il cuore arrivato da Bolzano risultava congelato. Il suo verbale, acquisito dagli inquirenti, è stato secretato.

Nonostante le accuse e le tensioni interne, attorno al primario Oppido si è formata anche una difesa compatta da parte di molte famiglie. Centottantasei genitori di bambini cardiopatici hanno firmato una lettera indirizzata alla direzione dell’ospedale per chiedere che finisca quella che definiscono una “gogna mediatica” contro il medico. Nella lettera si chiede che la verità venga accertata nelle sedi giudiziarie senza distruggere nel frattempo la fiducia in un reparto da cui dipende la vita di molti bambini.

La vicenda, dunque, resta aperta su più fronti: giudiziario, sanitario e umano. Da una parte il dolore delle famiglie e le domande sulla gestione del trapianto, dall’altra la preoccupazione di chi teme che lo scandalo possa travolgere un intero sistema di cure delicate e indispensabili per centinaia di piccoli pazienti.

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