
Referendum, guerra del Golfo, strappo con Donald Trump, gelo con Benjamin Netanyahu, il caso ungherese e perfino lo scontro sul Papa: una sequenza ravvicinata di eventi che, messi insieme, restituiscono l’immagine di una leadership in affanno. Giorgia Meloni, che fino a pochi mesi fa sembrava muoversi con disinvoltura tra Washington, Bruxelles e Tel Aviv, oggi appare costretta a continui aggiustamenti di rotta. Una serie di arretramenti che non sono più semplici correzioni tattiche, ma segnali di una difficoltà più profonda nel tenere insieme posizionamento internazionale e consenso interno.
Il passaggio più evidente è stato quello legato al Medio Oriente. Dopo settimane di ambiguità, la presidente del Consiglio ha progressivamente preso le distanze prima da Trump e poi da Netanyahu, arrivando fino alla sospensione del rinnovo dell’accordo di difesa con Israele. Una scelta maturata sotto pressione, anche alla luce delle dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito “inaccettabili” i raid israeliani in Libano. La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere, con la convocazione dell’ambasciatore italiano Luca Ferrari, segnale di un rapporto entrato improvvisamente in una fase di forte tensione. Allo stesso tempo, lo scontro pubblico con Trump – culminato nelle parole durissime del presidente americano – ha mostrato quanto sia fragile oggi quel legame politico che sembrava uno dei pilastri della strategia internazionale del governo.
Ma il vero elemento di rottura è arrivato da Budapest. La sconfitta di Viktor Orbán, punto di riferimento per una certa area sovranista europea, ha rappresentato un campanello d’allarme anche per Roma. Quel risultato ha dimostrato come un elettorato possa rapidamente cambiare direzione quando percepisce un eccesso di radicalizzazione o una gestione poco convincente delle crisi. Ed è proprio questa consapevolezza che avrebbe spinto Meloni ad accelerare il distacco da alcune posizioni troppo esposte, nel tentativo di evitare un effetto domino anche in Italia.
Il problema, però, è che la somma di questi fattori – crisi energetica, tensioni internazionali, frizioni diplomatiche e logoramento interno – sta producendo una sorta di “tempesta perfetta”. In questo contesto, la strategia attendista rischia di trasformarsi in una trappola. Più passa il tempo, più cresce la possibilità che il consenso si eroda ulteriormente, rendendo sempre più difficile arrivare al 2027 in condizioni competitive. Quindi, quale strategia per cercare di uscire dalla tempesta? Ed è qui che prende corpo uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava remoto: quello delle elezioni anticipate.
Anticipare il voto, in una fase così instabile, potrebbe apparire contro intuitivo. Ma nella logica politica potrebbe rappresentare l’unica via per evitare una sconfitta quasi certa a fine legislatura. Meglio giocare la partita ora, con un consenso ancora relativamente solido e un’opposizione non del tutto compatta, piuttosto che esporsi a un lento logoramento destinato a peggiorare. Non si tratta di una scelta priva di rischi, ma di una mossa che, in un quadro deteriorato, potrebbe essere percepita come l’ultima carta da giocare.
La sensazione è che il ciclo politico costruito attorno alla figura di Meloni stia entrando in una fase nuova, più incerta e meno lineare. Non è ancora un punto di rottura, ma qualcosa si è incrinato. E quando gli equilibri iniziano a muoversi contemporaneamente su più piani, la politica smette di essere gestione e torna a essere, semplicemente, sopravvivenza.


